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Sunday, May 1, 2011

Barcellona: profumo d'Europa

La collina di Montjuic (il nome deriva dal catalano medievale Mont dels Jueus, che significa "monte degli ebrei") rappresenta l’oasi di pace nella quale i cittadini amano immergersi per fuggire, anche solamente per qualche ora, dai ritmi caotici della città. E’ un luogo di arte e cultura, basti pensare alla Fondazione Joan Mirò o al Poble Espanyol, ricostruzione di un piccolo paesino medievale; ma è anche luogo di svago (le piscine Picornell e il Palau San Jordi, arena sportiva indoor costruita in occasione delle Olimpiadi del 1992) e di relax (il giardino botanico). Il 16 giugno del 1957 lo stadio Olimpico sito sulla collina è stato il teatro dell’unica finale di Coppa di Spagna disputata tra le due compagini di Barcellona. L’incontro, terminato 1-0 a favore del Barça, assume un forte valore simbolico, poiché rappresenta la definitiva frattura sportiva tra i due club. Per i blaugrana, che nei primi anni Cinquanta avevano vinto due titoli e centrato tre secondi posti consecutivi, iniziava la scalata al vertice della piramide; il sempre più discontinuo Espanyol per contro sarebbe stato destinato a rinforzare i ranghi della classe media del calcio spagnolo. Tale processo aveva radici sociali ancor prima che sportive. A partire dagli anni Quaranta la Spagna era stata oggetto di un vasto movimento migratorio dalle regioni più povere verso quelle che potevano offrire un tenore di vita più elevato, come ad esempio la Catalogna. A dispetto delle proprie origini “operaie”, l’Espanyol fallì nell’intercettare e nel decodificare i bisogni di adattamento alla nuova realtà di questi nutriti gruppi di immigrati appartenenti ai ceti sociali meno abbienti. Per coloro che erano alla ricerca di un’identità comune, il simbolismo e la filosofia del Barcellona esercitarono una forza attrattiva magnetica. I successi del resto non sono sufficienti a spiegare perché all’inizio del nuovo millennio il Barcellona poteva contare su 122mila soci mentre l’Espanyol solamente su 16mila, pressappoco lo stesso numero che aveva già negli anni Cinquanta.

Sito nella parte settentrionale di Barcellona al confine con il quartiere Sarrià, famoso per ospitare l’omonimo stadio – ora demolito – che fu teatro dello storico Italia-Brasile 3-2 al Mondiale del 1982, originariamente Parc Guell avrebbe dovuto essere un quartiere residenziale di lusso immerso nel verde interamente progettato da Gaudí. Lo scarso interesse suscitato portò tuttavia all’abbandono del progetto dopo la costruzione delle prime due case. E’ rimasto un parco dalle atmosfere fiabesche, tra gechi di ceramica, panchine a forma di serpente, foreste di pietra e curiosità architettoniche modello Alice nel paese delle meraviglie. Muovendo verso sud in direzione della Ronda del Guinardó ci si imbatte nello stadio Nou Sardenya, casa del Club Esportiu Europa, squadra di Tercera Division. Tra tutte le realtà calcistiche amatoriali di Barcellona, l’Europa è quella che vanta il passato più significativo, essendo stata sul finire degli anni Venti una delle dieci società fondatrici della Liga spagnola. Ciò fu possibile grazie ad un’eccellente prestazione fatta registrare nel 1923 in Copa del Rey, trofeo al quale all’epoca si accedeva solamente dopo aver vinto il rispettivo campionato regionale. Quell’anno l’Europa campione di Catalogna si sbarazzò prima del Siviglia e poi dello Sporting Gijon, arrendendosi solamente in finale 1-0 all’Athletic Bilbao al termine di una partita che le cronache dell’epoca descrivono come dominata per tutti i novanta minuti dai blancos (questo il colore delle camisetas dell’Europa, alle quali in seguito venne aggiunto uno scapolare blu). Quella finale persa rappresentò per l’Europa il biglietto d’ingresso nei migliori dieci club spagnoli destinati a contendersi il primo titolo di Primera Division. Un campionato nel quale questa società polisportiva (la squadra di pallacanestro aveva disputato nel dicembre del 1922 la prima partita ufficiale di basket in assoluto sul suolo iberico) è resistita tre anni. Poi il declino. Nel 2007 l’Europa ha festeggiato il proprio centenario disputando al Nou Sardenya un’amichevole contro l’Osasuna, persa 2-1.
(4-fine)

Fonte: Calcio 2000

Saturday, April 30, 2011

Barcellona: Kluivert più catalano di Tamudo

Prima ancora che dai trofei e dall’appeal mediatico, Barcellona ed Espanyol si sono differenziati sin dall’inizio per il diverso approccio alla questione catalana. Nel 1918 le rivendicazioni autonomiste della regione subirono un forte impulso grazie al famoso discorso pronunciato dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson sul principio di autodeterminazione dei popoli. Membri del Barcellona – croce di St Jordi e strisce giallo-rosse, i colori della Catalogna, nel proprio logo - furono tra i principali promotori di una petizione al governo spagnolo a favore dell’autonomia. L’Espanyol – la corona della monarchia come simbolo - replicò con una contro-petizione, e parte dei propri tifosi andarono ad ingrossare le fila della Peña Iberica, un gruppo di vigilantes che girava per la città alla caccia di secessionisti da “riconvertire”. Scontata la successiva adesione di questo gruppo di galantuomini ai falangisti ed alle armate di Franco durante la guerra civile. Al momento della sua fondazione, avvenuta un anno dopo rispetto a quella del Barcellona, l’Espanyol aveva scelto la parola “Spagnolo” proprio per rimarcare la propria identità nazionale in contrapposizione agli stranieri del Barcellona, il cui padre era lo svizzero Hans Camper – successivamente “catalanizzato” in Joan Gamper. In breve tempo però tale ragione sociale ha assunto una connotazione monarchica e centralista in decisa opposizione agli impulsi autonomisti e repubblicani degli storici rivali.

Oggi i tifosi dell’Espanyol sono gli unici in Catalogna a sventolare sugli spalti la bandiera della Spagna. Molti ex-giocatori stranieri del Barcellona sono più catalani degli stessi catalani ex-Espanyol; l’olandese Patrick Kluivert parla fluentemente catalano mentre Raul Tamudo, nato a Barcellona, si esprime solo in spagnolo. Non è però una questione puramente linguistica, bensì socio-culturale. A Barcellona la chiamano tarannà, modo di essere, e si riferisce a quel rapido processo di adattamento che porta ad interiorizzare usi e costumi propri di un luogo in maniera così profonda da trasformare lo straniero in una sorta di cittadino onorario. Gli esempi si sprecano, basta pensare a gente quale Johan Cruijff, Hristo Stoichkov, Laszlo Kubala, Terry Venables (che salutò i tifosi del Barcellona in catalano durante il suo primo allenamento), Vic Buckingham, Gary Lineker. Non fanno parte dell’elenco invece fuoriclasse quali Diego Armando Maradona e Ronaldo, perché non bastano qualità straordinarie in campo per entrare nell’olimpo del barcellonismo. Maradona passava troppo tempo in Argentina, mentre a Ronaldo interessava solo un contratto più remunerativo. Entrambi hanno giocato nel Barcellona, nessuno dei due ha “vissuto” Barcellona. A partire dalla metà degli anni Novanta però anche l’Espanyol ha intrapreso un timido processo di “catalanizzazione”. Nel 1995 la denominazione del club è stata mutata da Real Club Deportivo Español (in spagnolo) in Real Club Deportiu Espanyol de Barcelona (in catalano). Sotto la guida del presidente Daniel Sanchez Libre il catalano è diventata la lingua principale delle pubblicazioni ufficiali del club, dai libri alle brochure fino al sito internet. La società ha inoltre preso le distanze dalle Brigadas Blanquiazules, la frangia più destrorsa e violenta del tifo organizzato di casa Espanyol; svastiche, fischi ai giocatori di colore (anche ai propri, vedi il portiere Kameni), striscioni contro lo statuto della Comunità autonoma di Catalogna. Il club ha detto basta, rivolgendo le proprie attenzioni sulla Curva Jove, ovvero il lato apolitico e anti-violento della tifoseria organizzata bianco-blu. Non aveva invece avuto seguito, a conferma della complessità della fase di transizione, l’idea di Sanchez Libre di aderire alla campagna a favore della creazione di una nazionale catalana lanciata dal Barcellona nel 1999; il consiglio direttivo dell’Espanyol ha bocciato la proposta.
(3-continua)

Fonte: Calcio 2000

Barcellona: tutta loro la città

Plaça de Catalunya rappresenta il nucleo centrale – geografico, commerciale e turistico - della città di Barcellona. Essa divide gli antichi quartieri della Ciutat Vella da quelli più recenti, costruiti ex novo attraverso la “Eixample” (espansione in catalano, ma anche nome del secondo distretto della città), iniziativa promossa dall’amministrazione comunale nel 1859 attraverso un bando di concorso per progetti urbanistici; oppure inglobati proprio dalla citata espansione, come accaduto al paesino di Grácia, diventato parte integrante di Barcellona una volta colmato il vuoto delle campagne che si trovavano in mezzo. Le due aree sono collegate dal fascinoso Passeig de Gracia, un must per tutti gli amanti dell’architettura moderna (ma anche dello shopping…) grazie alle forme acquose e oblique di autentici manifesti dell’Art Nouveau quali La Pedrera e Casa Battlo, edifici privi di qualsiasi linea retta. L’ufficio informazioni turistiche sito nei sotterranei di Plaça de Catalunya è uno dei rarissimi luoghi di Barcellona dove un alieno appena sbarcato sulla terra può accorgersi che in città esistono due squadre di calcio professionistiche, e non solamente una dai colori blaugrana. Tra un libro fotografico sulle opere di Gaudí e le classiche miniature della Sagrada Familia, ecco spuntare due teche di identiche dimensioni; a sinistra quella contenente materiale del Barcellona, a destra quella relativa all’Espanyol. Una piccola oasi egualitaria in un ambiente in cui vige un pensiero unico modello Minculpop. Difficile del resto convivere con una società calcistica che vive in piena osmosi, non solo sportiva ma anche storica, politica e culturale, con la città e che, piccolo dettaglio ulteriore, è oggi considerata pressoché all’unanimità la miglior squadra del pianeta. L’Espanyol è l’intruso nel regno di coloro che Sir Bobby Robson ha definito “l’esercito della nazione catalana”. L’Espanyol non può vantare tra i propri soci il Papa (membro n. 108.000) né un museo che rivaleggia con quello di Picasso quanto a media di visitatori annui. Lungo le Ramblas, tre le viuzze del Barri Gotic, sul lungomare di Barceloneta: il Barça non è la squadra della città, bensì la città stessa.

Gli aspetti più deleteri del barcellonismo sono ben visibili nei media. Nel 1988 l’Espanyol travolse 3-0 il Bayer Leverkusen al Sarrià nella finale di Coppa Uefa. L’indomani il quotidiano sportivo catalano Sport pubblicava in prima pagina una foto di Johan Cruijff, allora tecnico del Barcellona, relegando la notizia del match in un minuscolo box a fondo pagina. Nel 2000 l’Espanyol è tornato a riempire la propria bacheca con la Copa del Rey, la terza della sua storia dopo quelle vinte nel 1929 e nel 1940. Come hanno celebrato l’evento l’emittente TV3 e i quotidiani El Mundo Deportivo e Sport? Ovviamente parlando del Barcellona. Un atteggiamento di totale disinteresse nei confronti dei Periquitos (i pappagalli) che ha paradossalmente finito con il favorire i rivali della carta stampata Marca e AS, ovvero i giornali di area Real Madrid. Nel 1996 essi hanno lanciato con successo una propria edizione catalana, che ha raccolto i lettori di fede-Espanyol allontanatisi dalla faziosità della stampa sportiva cittadina. Oggi non è cambiato granché. Durante il nostro soggiorno lo scorso gennaio in occasione della 18esima giornata della Liga, El Mundo Deportivo è uscito il lunedì con 17-pagine-17 dedicate al Barcellona (da antologia della tristezza il dossier esclusivo - 2 pagine - dedicato ai posti che avrebbero occupato Xavi, Iniesta, Messi e relativi familiari sull’aereo privato del club in partenza per il gala del Pallone d’Oro a Zurigo), nonostante i blaugrana avessero giocato sabato e non domenica. A pagina 18 ecco il Real Madrid vittorioso sul Villarreal “grazie all’arbitro”, mentre a pagina 20 arriva finalmente il turno dell’Espanyol, vincente e convincente al Cornellà-El Prat contro il Real Saragozza.
(2-continua)

Fonte: Calcio 2000

Città di calcio: Barcellona



Barcellona è una città che non necessita presentazioni, né dal punto di vista artistico-culturale né da quello sportivo. Tutti almeno una volta nella propria vita hanno sentito nominare la Sagrada Familia e il Futbol Club Barcelona, Antoni Gaudí e Leo Messi. Parlare di calcio significa anche parlare di storia, di politica, di società. E’ un legame inscindibile, specialmente dopo la dittatura di Francisco Franco. Se il Barcellona è “més que un club”, il calcio a Barcellona è “més que futbol”. Leggere per credere.
(1-continua)

Fonte: Calcio 2000

Monday, December 20, 2010

Rotterdam: incontro di civiltà

Nella città che ospita il porto più grande d’Europa, ed il quarto nel mondo, il multiculturalismo non è un concetto, ma una realtà. Negli ultimi quindici anni gli abitanti autoctoni sono diventati minoranza, passando dal 64.5% del 1995 al 49.5% di oggi. Rotterdam vanta abitanti appartenenti a 170 diverse nazionalità nonché il primo sindaco musulmano, l’ex giornalista Ahmed Aboutaleb, a capo di una grande città europea. Intrigante e controversa la politica di integrazione attuata dalla nuova amministrazione, che spinge le persone dotate di uno stipendio minimo a risiedere in determinati quartieri. La peculiarità risiede nel fatto che questi quartieri non si trovano esclusivamente nelle zone periferiche, ma sono spesso sono ubicati proprio nel centro cittadino, per evitare l’effetto ghetto. Kralingen, sito qualche centinaia di metri a est del nucleo centrale di Rotterdam, è uno dei suddetti. Sono originari di questa zona ad alto tasso di meltin’ pot giocatori quali Robin van Persie, Royston Drenthe e Mounir El Hamadoui, ma anche Soufiane Touzani, uno dei migliori freestylers al mondo. E’ cresciuto giocando lo straatvoetbal con tutti i calciatori sopraccitati, ma un problema alla schiena lo ha costretto ad abbandonare l’attività agonistica in età adolescenziale. Oggi è ambasciatore dello sport per la città di Rotterdam, scelto anche, viste le sue origini marocchine, in quanto simbolo di integrazione. Kralingen è però anche il quartiere dal quale proviene il piccolo Excelsior, la squadra delle “cartacce”, nome derivato dall’usanza di parte dei propri tifosi di girare per la città con i pulmini societari per ripulirla dai rifiuti cartacei. Club da zero tituli, il cui unico obiettivo è sempre stata la sopravvivenza. Non a caso furono tra i più fervidi sostenitori dell’introduzione del professionismo in Olanda, diventando una ventina di anni dopo anche la prima squadra a scendere in campo con uno sponsor (Akai) sulla maglia, contravvenendo ai divieti della Federcalcio oranje. Dovettero rimuoverlo subito, ma aprirono la strada alla definitiva liberalizzazione. L’Excelsior è diventato un satellite del Feyenoord a metà anni Novanta per salvarsi dalla bancarotta. Oggi la partnership è solamente ufficiosa, ma ogni anno diversi giocatori appartenenti al vivaio del principale club cittadino vengono “parcheggiati” al Woudestein. Nel 2010, con lo Sparta in Eerste Divisie e il Feyenoord sconfitto 3-2 nel derby, l’Excelsior può fregiarsi del titolo di miglior squadra di Rotterdam. Per i suoi tifosi è come aver vinto un campionato.

Zebre e operai
Muovendo verso ovest lungo gli oltre quaranta chilometri del porto si arriva a Schiedam, municipalità periferica nonché roccaforte operaia. Proprio da un gruppo di lavoratori ha visto la luce, nei primi anni del secolo scorso, l’SVV, squadra pressoché scomparsa dalle mappe calcistiche olandesi, ma che può vantare in bacheca ben due trofei nazionali, entrambi datati 1949. Il primo fu nientemeno che il campionato, ufficializzato il 4 giugno del citato anno con una vittoria per 3-1 sull’Heerenveen di Abe Lenstra ottenuta al De Kuip di fronte a 69.300 spettatori, un numero che il piccolo impianto dell’SVV non avrebbe mai potuto contenere. Guidato dal nazionale Jan van Schijndel, 17 presenze in arancione, lo Schiedam Voetbal Vereniging, promossa solamente un anno prima nella Eertse Klasse (all’epoca la Eredivisie, il campionato unico nazionale, non esisteva ancora) si toglieva anche la soddisfazione di vincere la prima edizione della supercoppa d’Olanda, battendo 2-0 il Quick Nijmegen, fresco detentore della coppa nazionale. L’introduzione del professionismo ha decretato la fine di questa piccola società, che ha tirato a campare fino agli anni Novanta (sulla sua panchina si è seduto anche un giovane Dick Advocaat) prima di fondersi con il Dordrecht, continuando a sopravvivere solamente a livello amatoriale. Un destino condiviso con lo Xerxes, società di una zona settentrionale di Rotterdam, l’Oude Noorden, famosa per la maglia a strisce orizzontali bianche e blu (da qui il soprannome di “Zebre”) ma soprattutto per aver prodotto alcuni tra i più grandi personaggi della Rotterdam calcistica: Wim van Hanegem, Coen Moulijn, Leo Beenhakker, Eddy Treijtel. E’ pressoché sconosciuto invece Philip Mokkenstorm, talento mancino dello Xerxes nonché punta di diamante di un’Olanda molto particolare. Ai tempi dell’occupazione nazista esistevano due nazionali olandesi; quella “ufficiale”, denominata Koninklijke K, espressione del governo collaborazionista, e una “ufficiosa”, composta da militari e rifugiati. Quest’ultima disputava le proprie partite in Inghilterra. L’11 ottobre 1941 a Wembley, sotto gli occhi dei reali olandesi e inglesi, l’Olanda sconfiggeva 5-4 il Belgio grazie ad una super prestazione di Mokkenstorm. Era un marinaio, e il giorno seguente venne imbarcato in qualità di addetto alle trasmissioni in alfabeto Morse su un bombardiere Mitchell diretto in Germania.
(3-fine)

Fonte: Calcio 2000

Rotterdam: derby di sangue

La Rotterdam calcistica è popolata da scarafaggi, puttane e tossici. Sono infatti questi i poco simpatici nomignoli con i quali le tifoserie avversarie chiamano rispettivamente i supporters di Feyenoord (kakkerlakken), Excelsior (hoeren, perché il club si è “prostituito” diventando un satellite del Feyenoord) e Sparta (junks, riferimento alle condizioni degradate del quartiere occidentale di Spangen, per anni pieno di tossicodipendenti). Tra Feyenoord e Sparta la rivalità è stata feroce fin dagli esordi, per ragioni di natura puramente sociale. I rozzi portuali dell’area sud contro la colta borghesia della zona occidentale, l’area che si spinge fino a quella Delfshaven miracolosamente scampata alla furia delle bombe naziste, e pertanto diventata una delle poche oasi (dove non manca nemmeno il classico mulino a vento) rimaste al riparo dall’ondata di urbanismo futuristico che ha ridisegnato la città. Feyenoord contro Sparta, si diceva. I primi derisi dai secondi, che li consideravano “lo scandalo delle società sportive olandesi” in quanto “nati e cresciuti tra una marmaglia di mezzi selvaggi”. Ovvero tra la gente delle fabbriche, dei cantieri, del porto. Il volkelftal, la squadra del popolo, non piaceva nemmeno a buona parte della stampa, almeno fino a quando, nel secondo dopoguerra, cominciò a vincere con buona regolarità. Ma il derby cittadino ha saputo raccontare anche belle storie. Una delle migliori è indubbiamente quella ambientata tra il 1931 e il 1938, quando a cadenza annuale si disputò la partita della trasfusione di sangue (bloedtransfusiewedstrijd). Tutto nacque dall’amicizia tra il presidente dello Sparta Jan Wolff e l’allora direttore dell’ospedale Sint Franciscus Gasthuis di Rotterdam Nord, i quali concordarono l’organizzazione di un incontro amichevole di beneficenza per aiutare la Croce Rossa a raccogliere fondi per le trasfusioni di sangue. Tra i vari club che si dichiararono disponibili per la partita, lo Sparta Rotterdam scelse proprio il suo peggior nemico, il Feyenoord. Quando i tempi sono cupi non c’è rivalità che tenga.

FutuRotterdam
Nel medesimo periodo è stato inaugurato anche lo Stadion Feijenoord, conosciuto in tutto il mondo con il nome di De Kuip (il catino). Il progetto, nato dall’esigenza della società di abbandonare il vecchio Kromme Zandweg a causa della propria capienza ridotta, si rivelò un autentico toccasana dal punto di vista sociale, dal momento che per la sua costruzione venne impiegata una manodopera composta in larga parte da persone disoccupate. Un esempio tangibile del rapporto di osmosi creatosi tra la città di Rotterdam e il Feyenoord. Oggi il De Kuip è lo stadio con il terzo manto erboso migliore del mondo, alle spalle solamente del Santiago Bernabeu di Madrid e dell’Emirates Stadium di Londra. Ma, come detto poco sopra, a Rotterdam si guarda sempre avanti, ed ecco già pronto il piano di lavoro relativo al Nieuwe Kuip, un nuovo impianto da 75mila posti ubicato a poche centinaia di metri dal “vecchio” stadio, destinato a diventare un museo e ad ospitare parcheggi, uffici e appartamenti. Se Belgio e Olanda otterranno l’affidamento dell’organizzazione del Mondiale 2018, la coppa del mondo rappresenterà l’ultimo atto ufficiale di quel tempio del calcio chiamato De Kuip. Il progetto del nuovo stadio rientra in un imponente piano di riqualificazione di tutta l’area portuale, che prevede la costruzione di un quartiere residenziale (la “Manhattan aan de Maas”) interamente sull’acqua, e il recupero di ulteriori 2mila ettari di terra dal mare da destinare al nuovo porto (progetto “FutureLand”) che verrà affiancato al primo, ormai saturo. Un gigantesco work-in-progress che testimonia ulteriormente il legame intrinseco che lega il Feyenoord, club fondato nel 1908 al cafè “De Keijser” da un gruppo di giovani manovali che amavano trascorrere il proprio tempo libero tirando calci ad un pallone nella piazza di fronte alla Wilhelminakerk, alla propria città.

La resa di Sparta
La prima partita di calcio trasmessa in televisione in Olanda fu disputata a Rotterdam. Era domenica 7 aprile 1959, Feyenoord-Ajax 0-5. Anche la prima Coppa Campioni, la prima Coppa Intercontinentale e la prima Coppa Uefa sbarcate nei Paesi Bassi presero la direzione della città portuale. In anticipo di un anno rispetto alla rivoluzione del Calcio Totale, importata nel mondo dalla squadra di una città che numerosi abitanti di Rotterdam chiamano 1000 (ovvero il proprio codice di avviamento postale, in modo tale da non essere costretti a pronunciarne il nome), il Feyenoord batteva a Milano il Celtic Glasgow nella finale dell’edizione 68/69 della coppa dalle grandi orecchie, laureandosi poi campione del mondo prevalendo sull’Estudiantes di Veron padre. Nel 1974 arrivava la Coppa Uefa, vinta ai danni del Tottenham Hotspur, un successo ripetuto nel 2002 contro il Borussia Dortmund, affrontato in finale proprio al De Kuip. Eppure i primi bagliori europei a Rotterdam erano stati introdotti dallo Sparta, la società professionistica più antica di tutta l’Olanda. Cinque anni dopo la sua fondazione, avvenuta nel 1888, lo Sparta era stato il primo club oranje a mettere i piedi al di fuori dei Paesi Bassi, per una trasferta in Inghilterra sul campo del FC Harwich & Parkeston. Una volta tornati a casa, i gentiluomini dell’Het Kasteel (il fascinoso impianto dello Sparta, il cui ingresso ricorda appunto la facciata di un castello) introdussero l’idea di mettere una rete tra i due pali della porta, in modo tale da recuperare immediatamente il pallone dopo ogni gol realizzato. Era un giocatore dello Sparta, Bok de Korver, l’uomo simbolo della nazionale olandese che nel 1913 sconfisse a Den Haag, per la prima volta, i maestri inglesi. Ed è stato sempre lo Sparta il primo club oranje a raggiungere i quarti di finale della Coppa Campioni, nell’edizione 59/60, quando i Rangers Glasgow dovettero ricorrere al terzo incontro per aver ragione della compagine della Rotterdam occidentale. Da quel momento le gerarchie cittadine si sono definitivamente invertite. Il declino dello Sparta ha raggiunto l’apice nel 2002, quando è arrivata la prima retrocessione della propria storia, con l’imberbe Frank Rijkaard in panchina e il crepuscolare Aaron Winter in campo. Lo scorso giugno il club è nuovamente affondato, in questo caso perdendo lo spareggio ai play-off contro la terza squadra di Rotterdam, l’Excelsior.

(2-continua)

Fonte: Calcio 2000

Sunday, December 19, 2010

Città di calcio: Rotterdam



Rotterdam rappresenta l’altra Olanda. Quella in cui le tipiche costruzioni fiamminghe – rase al suolo dal terribile bombardamento della Luftwaffe del 14 maggio 1940 che ha sventrato la città - hanno lasciato posto ai grattacieli e ad una filosofia architettonica post-moderna. La vista panoramica a 360° che si gode dall’Euromast, magari comodamente seduti ad un tavolo della brasserie Panorama, ubicata nella parte centrale della torre a circa 100 metri d’altezza, è semplicemente mozzafiato.
Dalle due ali di vetro che si riflettono l’una nell’altra del palazzo della compagnia assicurativa Nazionale Nederlanden ai sostegni allungati del ponte Erasmus, fino al complesso edilizio di Overblaak con la sua torre dalla forma a matita, sotto la quale si trovano le famose case cubiche di Piet Blom. Rotterdam è, per dirla con le parole dell’architetto Femke Bijlsma, “un sorta di manifesto-design fatto di cemento, legno e vetro”. Non è certo la città ideale per il turista alla ricerca di spicchi del passato. A Rotterdam si guarda sempre avanti, sospinti dal motto “geen woorden maar daden” – fatti, non parole. Uno slogan che è stato fatto proprio dalla principale società calcistica cittadina, il Feyenoord. L’altra Olanda del pallone.
(1-continua)

Fonte: Calcio 2000

Saturday, November 6, 2010

Praga: Fuga per il Viktoria

A est del nucleo storico, il quartiere popolare di Žižkov appare come un museo a cielo aperto della Praga “rossa” di venticinque anni fa. Nulla è cambiato in questa roccaforte del proletariato piena di casermoni che fanno tanto Berlino Est, e di fumosi pub dall’illuminazione fioca modello antro di caverna. Uno scenario di grigiore urbano dominato dalla Torre della Televisione, la struttura più alta di tutta Praga con i suoi 216 metri, progettata a metà anni Ottanta dal regime comunista con il principale scopo di schermare le emittenti televisive della Germania Ovest. Un paio di isolati a nord della torre si accede alla casa dell’ennesimo storico club del calcio ceco, il Viktoria Žižkov, fondato nel 1903 da un gruppo di studenti e diventato parte integrante del calcio praghese venti anni dopo, quando l’allora cittadina di Žižkov venne stata inglobata dalla capitale diventandone un quartiere. A dispetto della forte connotazione proletaria della squadra, il Viktoria non ha in alcun modo beneficiato dell’avvento del socialismo reale nel paese. L’unico campionato vinto risale infatti al 1923, mentre le nove coppe nazionali in bacheca arrivano tutte dall’epoca pre-bellica oppure da quella successiva alla nascita delle repubbliche indipendenti ceche e slovacche. Proprio la creazione di un campionato slovacco autonomo ha permesso al Viktoria Žižkov di riassaporare il sapore della massima divisione; la squadra tuttavia è ben lontana dall’aver ritrovato una propria stabilità. Un anno arriva la qualificazione alle coppe europee, quello successivo la retrocessione, il tutto condito dall’immancabile (in ogni paese) scandalo legato a qualche partita truccata. I tifosi del Viktoria - club che, curiosamente, disputa le proprie partite casalinghe alle 10:15 di domenica mattina, salvo anticipi e posticipi televisivi - sono acerrimi rivali di quelli dello Sparta, ma gli episodi di violenza sono circoscritti e limitati. Il campionato ceco, statistiche alla mano, risulta essere uno dei più tranquilli di tutta Europa. Un motivo ulteriore per conoscerlo meglio.

(Servizio pubblicato su Calcio 2000. 6-fine)

Praga: Cristalli di Boemia

Nel 1976 la Cecoslovacchia fu il secondo paese dell’Est Europa, dopo l’Unione Sovietica, ad aggiudicarsi una grande trofeo internazionale, vincendo il campionato europeo per nazioni dopo aver sconfitto in successione quelle che all’epoca erano le due nazionali migliori del mondo: la Germania Ovest di Franz Beckenbauer e l’Olanda di Johan Cruijff. Ovvero la squadra campione del mondo e la finalista al Mondiale del 1974. I tulipani caddero 3-1 in semifinale, mentre i tedeschi furono piegati solamente ai rigori. Il penalty decisivo lo realizzò Antonin Panenka con un beffardo cucchiaio che non lasciò scampo al portiere tedesco Sepp Meier. Un perito alberghiero di 28 anni, Panenka, passato alla storia grazie ad un gesto tecnico che da allora vanta una folta schiera di imitatori, tra i quali Robbie Fowler e Francesco Totti, spesso erroneamente indicati, rispettivamente dalla stampa inglese e da quella italiana, come gli inventori di questo particolare modo di calciare dagli undici metri. Anche Panenka, da quel momento mito del calcio cecoslovacco (sette undicesimi di quella squadra era però composta da slovacchi, un dato che oggi a Bratislava e dintorni non si manca mai di ricordare), giocava in una squadra di Praga. I suo colori però non erano né il granata dello Sparta, né il giallorosso del Dukla e neppure il biancorosso dello Slavia; Panenka vestiva il bianco e il verde, e portava una maglia il cui logo raffigurava un canguro. Si trattava di uno dei club più amati della capitale, il Bohemians 1905, probabilmente la squadra più affascinante da seguire dal vivo, nel piccolo impianto chiamato Dolícek, per il tifo caldo e coinvolgente, molto british style, dei propri tifosi. La centenaria storia del Bohemians 1905 narra di un tour in Australia nel 1927 dal quale i giocatori tornarono con due canguri, poi donati allo zoo di Praga, che divennero la mascotte societaria; prosegue con un sorprendente titolo nazionale vinto nel 1983, anno in cui la squadra arrivò addirittura fino alle semifinali di Coppa Uefa; rischia di concludersi nel 2005 con la retrocessione d’ufficio in terza divisione a causa di una pessima gestione finanziaria, che costrinse i tifosi ad organizzare una raccolta fondi per pagare parte dei debiti del club; termina, per ora, con il ritorno nella massima divisione ceca. Con una precisazione: il Bohemians 1905 non va confuso con l’Fk Bohemians Praga, che possiede gli stessi colori sociali e una mascotte identica ai primi. Motivo? Aveva acquistato il tutto quando il Bohemians 1905 era sprofondato nelle divisioni inferiori. Una vicenda singolare sulla quale ha recentemente scritto la parola fine il Tribunale di Praga, sancendo per l’Fk (una società con scarsissimo seguito e oltretutto priva di uno stadio di proprietà) il divieto di utilizzo del nome Bohemians in quanto non possiede alcun legame con lo storico club di Panenka.

(Servizio pubblicato su Calcio 2000. 5-continua)

Praga: Tra comunismo e McDonald's

“Non vendiamo magliette del Dukla Praga. E’ una squadra di basso livello, non interessa a nessuno. Forse vendono qualcosa presso il loro stadio, ma non ne sono sicuro”. Il commesso dalla capigliatura punk dell’Urban Store in Malá Strana, la Città Piccola, non lascia adito a dubbi. Solo prodotti ufficiali di Sparta e Slavia Praga in negozio. Riguardo al Dukla, vecchia gloria del calcio cecoslovacco, ben pochi ne vogliono ancora sentire parlare. Ieri la squadra più odiata, oggi semplicemente ignorata. La sua storia iniziava nel 1947; dopo Mosca con il CSKA, anche Praga aveva il suo club legato alle forze armate. Era stato fondato con il nome di ATK e, per precisa volontà del governo, avrebbe dovuto diventare la società calcistica più importante di tutto il paese. Per accelerare la sua ascesa ai vertici del calcio cecoslovacco fu introdotta una regola particolare: ogni giocatore che aveva prestato servizio militare di leva sarebbe entrato automaticamente tra le fila del Dukla Praga, non importava se fosse già sotto contratto con un’altra squadra. Il nuovo club vinceva sul campo (11 titoli nazionali tra il 1953 e il 1982), nel 1967 in Europa arrivava sino alla semifinale di Coppa Campioni, ma in patria gli animi della gente rimanevano piuttosto freddi. Lo testimoniano i 28mila posti del Julisce Stadion raramente esauriti quando scendeva in campo il Dukla, puntualmente occupati fino all’ultimo invece quando erano di scena Sparta o Slavia Praga. L’epoca d’oro del Dukla ha coinciso con l’arrivo in squadra di un fuoriclasse quale Josef Masopust, Pallone d’Oro nel 1962, otto volte campione di Cecoslovacchia nonché leader di una nazionale che al Mondiale cileno del 1962 è arrivata a contendere al Brasile in finale la coppa del mondo. I verdeoro, privi di Pelè ma con Garrincha, Didi e Amarildo in squadra, vinceranno 3-1, ma la Cecoslovacchia (che all’epoca era in parte il Dukla Praga con un’altra maglia) e Masopust, autore del gol della bandiera, usciranno dalla competizione a testa altissima. La storia del club si esaurisce con la Rivoluzione di velluto, la pacifica rivolta guidata da Václav Havel che ha rovesciato il regime comunista conducendo la Cecoslovacchia verso un modello politico di repubblica parlamentare. L’immagine scomoda del Dukla, troppo compromesso con il vecchio apparato di partito, non ha permesso al club di reperire i necessari fondi (leggi investitori e sponsor) per salvarsi dal declino economico e sportivo. Dopo aver lanciato, nella stagione 91-92, un certo Pavel Nedved, il Dukla è entrato in un tourbillon di fusioni e retrocessioni dal quale è uscito solamente nel 2006, ricomparendo nella serie cadetta del campionato ceco grazie all’acquisto della licenza posseduta da un’altra squadra, il Jakubčovice. Ma il club, seguito da meno di un migliaio di persone, stenta a scrollarsi di dosso l’etichetta di cimelio del passato direttamente uscito dal Museo del Comunismo di Ná Příkopě 10. Posizionato, per un sarcastico sberleffo del destino, nella via più fashion di tutta Praga, al primo piano di un palazzo che sotto ospita un…. McDonald’s.

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Friday, November 5, 2010

Il re di Praga

Hradčany, il borgo del Castello, è una delle quattro città storiche, un tempo indipendenti, che oggi costituiscono il nucleo storico di Praga. Sita su un promontorio che domina la Moldava, essa offre suggestive vedute della capitale: il Karlův Most, il ponte medievale più lungo d’Europa, la fortezza di Vyšerhad e la Rozhledna, costruzione alta 53 metri ispirata alla torre Eiffel di Parigi e miracolosamente salvatasi dall’abbattimento voluto da Hitler perché, a suo dire, deturpava la vista del paesaggio dalle camere del palazzo reale. Volgendo lo sguardo in direzione nord/est invece ci si imbatte nella Generali Arena, teatro delle partite casalinghe della nazionale ceca, ma soprattutto casa dello Sparta Praga, il club più famoso e titolato del paese. Se lo Slavia affondava le proprie radici tra i ceti più abbienti della società praghese, lo Sparta era un club dalla base decisamente operaia. La rivalità è stata intensa fin dalle prime battute. Il primo atto di questo ormai ultra-centenario derby si è consumato il 29 marzo 1896 al Císarska louka (il prato dell’Imperatore), il primo campo da gioco sorto in città. L’incontro finì 0-0 di fronte a 121 spettatori paganti. Lo Sparta Praga era sceso in campo vestendo divise nere con una grossa “S” sul petto. Solamente nel 1906, dopo una viaggio in Inghilterra dell’allora presidente della società, che tornò da Londra con una borsa piena di maglie dell’Arsenal, il club adottò il colore sociale rosso, successivamente scurito fino a diventare granata. Lo Sparta Praga ha vinto 21 campionati cecoslovacchi e 11 della Repubblica Ceca, con l’ultima affermazione risalente alla scorsa stagione. La prima invece è datata 1926, anno che sancì la nascita dello Sparta d’Acciaio (Zelezna Sparta), un soprannome derivante dalla capacità della squadra di giocare con il coltello tra i denti fino agli ultimi minuti e di ribaltare risultati apparentemente compromessi. Un’epoca d’oro che permise al club di mettere in bacheca anche due Coppe dell’Europa Centrale (una sorta di proto-Coppa Campioni), nonché di fornire alla nazionale il capocannoniere dei Mondiali del 1934, Oldrich Nejdelý. Dopo una flessione negli anni Settanta che ha portato la squadra alla prima ed unica retrocessione della propria storia, il progressivo sgretolarsi della Cecoslovacchia ha visto lo Sparta rinascere e conquistare lo scettro di club leader del calcio ceco. Parlare oggigiorno di squadra del popolo non ha più senso; i milioni investiti dalla famiglia Rezes, proprietaria delle acciaierie Kosice, hanno permesso allo Sparta di creare e mantenere un buon margine di vantaggio su tutte le rivali del campionato, tanto in termini di infrastrutture quanto dal punto di vista economico e di investimento nel settore giovanile. Il club è lo specchio fedele della propria città: moderno e con lo sguardo permanentemente rivolto al futuro.

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Praga: Nessuna resa, mai

A cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, il gruppo rock psichedelico Plastic People of the Universe, ispirato dai Velvet Underground di Lou Reed, rappresentava la Praga progressista e dissidente che si opponeva fieramente al plumbeo regime comunista instauratosi nel 1948 grazie ad un colpo di stato. Assistere ad un loro concerto significava però rischiare la galera, dal momento che le esibizioni del gruppo non erano autorizzate. Tra i fan più accesi della band, successivamente messa al bando dal regime e scomparsa fino al 1989, c’erano i tifosi dello Slavia Praga, il club degli intellettuali, degli studenti e della borghesia illuminata della capitale. Lo Slavia era stato fondato sul finire dell’Ottocento quando Praga era ancora dominata dagli Asburgo e da Vienna, e il nome della società era stato scelto proprio in riferimento ad un circolo sportivo-letterario, denominato appunto Slavia, la cui unica lingua ammessa al proprio interno era il ceco. Nazionalismo unito a progressismo, un binomio che dopo l’ascesa al potere dei comunisti poteva rivelarsi letale, considerata la scarsa simpatia mostrata dal regime nei confronti di gran parte di studenti e intellettuali, ritenuti potenziali elementi di sovversione nonché “amici dell’imperialismo britannico e americano”. Lo Slavia venne in breve tempo depauperato di tutti i suoi giocatori migliori, passando da potenza del calcio cecoslovacco a mediocre compagine di bassa classifica destinata a scivolare, come in effetti accadrà in più di una occasione, nella serie cadetta del campionato. Si spegneva così la stella di una squadra che tra le due guerre aveva dominato il panorama calcistico nazionale, vincendo otto titoli nazionali e fornendo otto giocatori alla Cecoslovacchia finalista nel Mondiale 1934, vinto dall’Italia di Vittorio Pozzo. Diversi i personaggi da ricordare: l’allenatore scozzese John William Madden, il primo tecnico nella storia dello Slavia e l’uomo che condusse la squadra a vincere, tra il 1906 e il 1930, ben 134 sulle 169 partite casalinghe disputate; il nazionale František Plánička, soprannominato “il gatto di Praga”, considerato all’unanimità il miglior portiere nella storia del calcio ceco (e slovacco); la punta Josef “Pepi” Bican, austriaco naturalizzato cecoslovacco la cui abilità sotto porta era pari al proprio coraggio, dal momento che rifiutò di aderire sia al partito nazionalsocialista in Austria sia, anni dopo, a quello comunista in Cecoslovacchia. Nel 1989 l’imponente manifestazione studentesca contro l’ormai crepuscolare regime venne preceduta da una partita amichevole disputata in loro onore proprio dallo Slavia Praga. Nel 1996, 49 anni dopo l’ultimo titolo, Karel Poborsky, Radek Bejbl e Vladimir Smicer hanno riportato lo Slavia sul gradino più alto del podio. Circa un mese dopo gli stessi giocatori saranno tra i principali protagonisti agli Europei inglesi con la Repubblica Ceca, piegata solamente in finale ai tempi supplementari dalla Germania. Nel biennio 2008-2009 lo Slavia ha vinto rispettivamente per la seconda e la terza volta la Gambrinus Liga ceca. Nel 2010 i Plastic People of the Universe hanno pubblicato il loro ventesimo album.

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Città di calcio: Praga



Praga è una città che la Storia ha piegato senza però mai essere riuscita a spezzarla. Solamente negli ultimi cento anni la capitale della Repubblica Ceca ha dovuto subire prima l’invasione nazista, poi quella dei carri armati sovietici, per finire con le devastanti inondazioni dell’agosto 2002 che hanno causato danni per miliardi di corone. Eppure oggi Praga è considerata la capitale storica meglio conservata di tutto il Vecchio Continente; una metropoli in costante sviluppo alla ricerca della fusione perfetta tra antico e moderno, tra un patrimonio artistico e architettonico di straordinario valore e il rapido adattamento a ritmi, stili e modi di vita tipicamente occidentali. Praga è cultura, memoria, svago ma anche sport. Hockey su ghiaccio e calcio sono le due discipline più amate nel paese. Il pallone ha sempre rivestito un ruolo fondamentale nella vita della capitale, grazie alle numerose squadre cittadine presenti. Ognuna con la propria storia. Vi proponiamo quelle più interessanti.

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