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Monday, November 15, 2010

BelgiOlanda 2018: intervista a Ruud Gullit

In Italia c’è qualcuno che paragona il nuovo Milan a quello del trio olandese Gullit-Van Basten-Rijkaard. Cosa ne pensi?
Forse un domani potrà eguagliarlo perché possiede tanta qualità, e questa è la cosa più importante. Però per ora è ancora tutto sulla carta, bisogna vedere quanto sarà abile Allegri ad amalgamare una simile concentrazione di talenti. Sicuramente Berlusconi è stato di parola, mettendo a segno due grandi colpi di mercato con gli acquisti di Ibrahimovic e Robinho. Ma prima di fare certi paragoni bisogna aspettare almeno qualche mese.

E’ un Milan più da campionato o da Champions?
E’ una squadra che si è rinforzata molto, anche se non in maniera omogenea. In Champions può fare molta strada, nonostante non abbia trovato un girone agevole. Purtroppo quest’anno i gruppi mi sembrano abbastanza squilibrati, ed alcuni di questi sono di livello non eccelso.

Due parole su Ibrahimovic.
Il suo arrivo ha regalato al Milan potenza fisica in attacco, senza sottrarre nulla sotto il profilo della qualità. E sono convinto che il calcio di Ibra è più adatto alla Serie A piuttosto che alla Liga.

Un campionato, quello spagnolo, all’insegna della sfida Mourinho-Guardiola.
Per Mou la sfida sarà ancora più tosta di quelle vinte finora, perché deve dare subito continuità ad una squadra composta da grandissimi giocatori, in gran parte però nuova. Il Barcellona invece è il top per quanto riguarda il bel calcio. Mi piaceva molto quello di Rijkaard, e ovviamente ammiro quello attuale. Guardiola può permettersi di giocare questo calcio perché possiede dei giocatori di altissimo livello. Non dobbiamo dimenticare che sono i giocatori a determinare la carriera, e le fortune, di un tecnico.

Pallone d’Oro a Sneijder, Iniesta oppure a qualcun altro?
Da Sneijder dissi che mi aspettavo un grande Mondiale, e così è stato. Apprezzando molto il Barcellona, non posso che ammirare Iniesta, così come Xavi e Messi. Il Pallone d’Oro dipende da molte cose. A me piace chi crea gioco, chi sa dirigere una squadra e migliorarla come collettivo.

Il Mondiale ha messo sul podio tre movimenti calcistici che prestano grande attenzione ai vivai: Spagna, Olanda e Germania. Non è ovviamente un caso.
Assolutamente no. Il circolo virtuoso nasce dalla sinergia tra settori giovanili che producono elementi di qualità, club che integrano precocemente i giovani talenti in prima squadra, e commissari tecnici che sfruttano questo lavoro per creare l’ossatura della loro selezione. Del Bosque secondo me ha fatto un lavoro eccezionale, mescolando le virtù del Barcellona, e della sua particolare filosofia, con quelle del calcio spagnolo. La Germania deve molto al lavoro svolto dalla Federcalcio negli ultimi anni a livello di nazionali giovanili, ma anche dal Bayern Monaco di Louis van Gaal. Stesso discorso per l’Olanda con l’Ajax.

Joahn Cruijff ha criticato molto il gioco poco brillante degli uomini di Van Marwijk.
Non condivido, l’Olanda ha disputato un ottimo torneo. Contro il Brasile ha sfoderato una maturità impressionante. Del resto, nemmeno la Spagna ha incantato in alcune partite. Contro il Paraguay ha sofferto molto, e in finale ha rischiato. Però hanno vinto meritatamente. Spagna e Germania hanno rappresentato il meglio dal punto di vista del gioco.

Il peggio è invece arrivato da Francia e Italia.
La Francia era alle prese con un delicato ricambio generazionale che né federazione né allenatore sono stati in grado di gestire. All’Italia invece mancava quasi completamente la qualità.

Perché i Mondiali 2018 dovrebbero essere assegnati a Belgio e Olanda (Gullit è il presidente dell’associazione che si occupa della candidatura, nda)?
Perché possiamo garantire il meglio sotto ogni punto di vista. E l’Olanda è l’unico paese appartenente ai grandi del calcio che non ha mai organizzato un Mondiale.

(7-fine)

Fonte: Guerin Sportivo

Sunday, November 14, 2010

BelgiOlanda 2018: le relazioni pericolose

Amsterdam e Rotterdam: canali e grattacieli, artisti e portuali, Ajax e Feyenoord, Johan Cruijff e Dirk Kuijt, bianco e nero. Bianco come l’interno dell’Amsterdam ArenA, sale asettiche, camerieri in livrea, mobili dal design ipermoderno, atmosfera da multinazionale, emozioni ovattate. Almeno fino a quando non si accede al terreno, ed allora i colori tornano ad esplodere. Nero invece come la città di Rotterdam, 170 diverse nazionalità registrate all’anagrafe, 52% della popolazione composta da immigrati (di varie generazioni), sindaco musulmano, melting pot estremo, politiche di integrazione che ad altre latitudini è impossibile persino pensare. Progettano la “Manhattan aan the Maas”, un quartiere residenziale che sarà costruito interamente sull’acqua. Progettano un nuovo stadio da 75mila posti, nonostante abbiano già il De Kuip, cinque stelle di valutazione Uefa, il terzo miglior manto erboso del mondo (dopo il Santiago Bernabeu e l’Emirates Stadium), 114 partite della nazionale olandese ospitate, interni che fondono mirabilmente modernità e tradizione grazie a foto, dipinti, trofei e cimeli disseminati un po’ ovunque (e non, come all’Amsterdam ArenA, solamente all’interno del museo del club). Questo gioiello verrà classificato, a partire 2018, come monumento, ed al suo interno sorgeranno appartamenti e parcheggi. Se assegnati, i Mondiali rappresenteranno il suo ultimo appuntamento. Amsterdam invece si sta preparando al grande evento costruendo davanti all’ArenA un’area full entertainment in cui troverà spazio un albergo e l’avveniristico Ziggo Dome, una struttura a forma di parallelepipedo specificatamente progettata per i concerti, chiudendo così il cerchio della riqualificazione, iniziata a metà degli anni Novanta, di un’area particolarmente depressa ad est del centro cittadino. Amsterdam e Rotterdam, due modi diversi di essere all’avanguardia, una rivalità ormai ultra-centenaria. Per il 2018 però dovranno imparare a piacersi. O almeno a fingere di farlo.
(6-continua)

Fonte: Guerin Sportivo

BelgiOlanda 2018: momenti di gloria

Passato è una parola che rischiava di diventare sinonimo di Olympisch Stadion. Nel 1998 la città di Amsterdam aveva infatti deciso di demolire lo storico impianto per costruire un quartiere residenziale, allo scopo di fronteggiare la carenza di abitazioni che all’epoca rappresentava un grosso problema per la città olandese. Una grossa mobilitazione popolare, unita ad una raccolta fondi organizzata dal proprietario della Heineken, scongiurarono l’operazione, salvando uno dei luoghi storici dello sport in Olanda. E’ noto che l’Olympisch Stadion ospitò le Olimpiadi del 1928, e che proprio sulle sue gradinate alcuni membri della FIFa iniziarono a discutere in merito all’idea di organizzare una coppa del mondo di calcio. In occasione delle Olimpiadi, che avrebbero accolto tantissime persone provenienti da tutto il mondo in un paese dalla lingua pressoché incomprensibile, il comitato organizzatore chiese espressamente la creazione di un simbolo, perfettamente riconoscibile da tutti, che indicasse i luoghi adibiti a parcheggio. Venne così creato il cartello con la P bianca su fondo blu, proprio quello che oggi si trova all’ingresso di ogni parcheggio. Dopo essere stato la casa della nazionale olandese (fino al 1989) e dell’Ajax (fino all’arrivo dell’Amsterdam ArenA nel 1996), adesso l’Olympisch Stadion si appresta a vivere una nuova giovinezza grazie ad un progetto che prevede un allargamento “temporaneo” della capacità dell’impianto (attualmente pari a 22mila posti) mediante un anello rimovibile che permetterà di adattare la struttura alle esigenze della manifestazione che ospita. Impossibile citare anche solo una parte degli eventi e dei personaggi che sono transitati in questo mitico stadio. Curioso però citare come, all’interno del museo, gli olandesi abbiano riservato uno spazio dedicato alla loro nemesi per eccellenza: i calci di rigore. Il pannello “strafschopsyndroom” (sindrome del calcio di rigore), illustra, attraverso parole e filmati, le cinque uscite consecutive ai rigori degli oranje dai grandi tornei internazionali tra il 1992 (Danimarca fatale) e il 2000 (nessun italiano può ignorare di cosa stiamo parlando). Una maledizione spezzata solo nel 2004 con il successo ai danni della Svezia. E sull’amletica domanda scritta sul pannello (“ci si deve allenare a tirare i calci di rigore?”) si potrebbe scrivere un trattato.
(5-continua)

Fonte: Guerin Sportivo

BelgiOlanda 2018: tulipani interrotti

Sono vicecampioni del mondo e quasi se ne vergognano. Il gioco violento messo in mostra dall’Olanda nella finale contro la Spagna ha lasciato il segno, proprio come i tacchetti di Nigel de Jong sul petto di Xabi Alonso. “La nuova scuola olandese”, titola il bimestrale di approfondimento e cultura calcistica Hard Gras, mostrando in copertina il citato colpo di kung fu del centrocampista del Manchester City. C’è molto rispetto per il lavoro svolto da Ben Marwijk, e dissidenti tout-court alla Johan Cruijff (“il gioco dell’Olanda è una pena per gli occhi e un dolore per il cuore”) sono decisamente in minoranza; secondo molti però in finale si è andati un po’ troppo oltre. Chiediamo a Peter Houtman, ex nazionale nonché bomber di Feyenoord e Groningen, oggi speaker e responsabile dell’accoglienza al De Kuip di Rotterdam, se non ritenga che quello adottato dagli oranje in finale fosse l’unico atteggiamento possibile per mettere in difficoltà una Spagna di inavvicinabile (per tutti) profilo tecnico. “Il problema è che non appartiene alla nostra cultura giocare in quel modo. Van Marwijk ha centrato un grande risultato e probabilmente, analizzando la partita da un punto di vista squisitamente tattico, non ha davvero sbagliato nulla. Ma non è quello visto in finale il calcio che mi piace”. Nel frattempo la campagna per Euro 2012 è iniziata con due vittorie, la prima comodissima a San Marino (con ritorno in maglia oranje, e ovviamente al gol, di Ruud van Nistelrooy, miglior marcatore di sempre dell’Olanda in partite ufficiali), la seconda di misura sulla Finlandia. Le novità si chiamano Hedwiges Maduro (centrale difensivo contro San Marino), Vurnon Anita e Jeremain Lens. Gli assist di Sneijder, i pestoni di De Jong e le lamentele di Van der Vaart (eguagliato il record di Dennis Bergkamp quale giocatore più sostituito di sempre – 31 volte – nella storia dei tulipani) rappresentano invece la continuità con il passato.
(4- continua)

Fonte: Guerin Sportivo

Saturday, November 13, 2010

BelgiOlanda 2018: il mio miglior nemico

Qualche anno fa un ristorante di Anversa decise di sponsorizzare il glorioso Royal Antwerp, la società calcistica più vecchia di tutto il Belgio (1880 l’anno di fondazione). Perse la metà dei clienti. Perché la rivalità cittadina tra le due squadre di Anversa (l’altra è il Germinal Beerschot) è talmente feroce da causare scelte radicali e, in alcuni casi, francamente incomprensibili. Come ciò che accadde in occasione dell’Europeo del 2000, quando Anversa, la città con il maggior numero di abitanti di tutto il paese (500mila contro i 100mila della Bruxelles “vera”, ovvero esclusi i 19 circondari amministrativamente autonomi), non ospitò alcuna partita in quanto i due club si rifiutarono di condividere un nuovo stadio, che sarebbe stato costruito appositamente per l’occasione. E dal momento che né il Bosuilstadion, casa del Royal Antwerp, né il vetusto Kiel, tana del GBA, presentavano le caratteristiche richieste dalla UEFA, Anversa fu costretta a farsi da parte. “Una disgrazia che non si ripeterà”, dichiara il burgemeester (sindaco) di Anversa Patrick Janssens. Questa volta i due storici nemici sono stati ricondotti alla ragione, pronti a condividere il Port of Antwerp Stadion, impianto da quasi 42mila posti che verrà costruito sulle rive del fiume Scheldt. Un progetto di riqualificazione di un’intera area, chiamata Petroleum Zuid, che prenderà il via nel 2012 per concludersi due anni dopo, indipendentemente dall’esito della candidatura. Quello di Anversa è il quarto stadio nuovo previsto in Belgio nei prossimi otto anni. Con il Port of Antwerpen ci saranno il Chartreuse Stadion di Brugge, lo Stade du Pays de Charleroi e l’Artevelde Stadion di Ghent (iniziato nel 2008). L’impianto più capiente sarà però il Koning Boudewijnstadion di Bruxelles, il tristemente famoso ex stadio dell’Heysel, per il quale è previsto un restyling che lo porterà, entro il 2016, ad una capacità complessiva di 80mila posti. Il Brussels Stadion, questo il nuovo nome, sarà un impianto multifunzionale che ospiterà, oltre alle partite della nazionale (come già accade ora), anche quelle dell’Anderlecht.
(3- continua)

Fonte: Guerin Sportivo

BelgiOlanda 2018: una poltrona per cinque

La versione belga del Guerin Sportivo si chiama “Sport voetbal magazine” oppure, a scelta, “Sport foot magazine”. Due nomi, due riviste, due lingue differenti, ma un’unica testata registrata. E’ il fascino del Belgio. Voetbal, la versione in fiammingo, ha in copertina il talentino del Genk Kevin De Bruyne; Foot, quella vallone, propone invece un servizio su Romelu Lukaku e la generazione di immigrati (Fellaini, Dembele, Kompany, eccetera). Solo le brevi sul calcio internazionale sono lo stesso articolo tradotto in due lingue; per il resto i contenuti sono diversi. “Perché ai lettori valloni interessano giocatori e squadre della loro area”, spiega Francois Colin, una vita spesa al seguito della nazionale belga come responsabile della comunicazione, “e lo stesso vale per quelli delle Fiandre”. La domanda appare quasi scontata: come può uno stato spaccato a metà, in cui esistono cinque governi (Fiandre, Vallonia, Bruxelles, comunità tedesca e francese), e quindi cinque ministri dello sport, proporsi quale soggetto co-organizzatore di una kermesse quale il Mondiale di calcio? La risposta arriva da Nico Claesen, ex nazionale belga. “Sono due le cose che tengono il Belgio unito: il re e lo sport. Quando scende in campo la nazionale, quando gioca Justin Henin (ambasciatrice della candidatura belga-olandese, nda), fiamminghi e valloni scompaiono. Spesso si legge che i modesti risultati raccolti dai Diavoli Rossi siano causati da ragioni di spogliatoio. Non è così. Nel 1986 in Messico siamo arrivati quarti, eppure c’erano fiamminghi e valloni. La stampa è divisa da un muro molto più alto di quello che separa i giocatori. Il Belgio non decolla perché sta uscendo da una delicata fase di ricambio generazionale. Adesso che abbiamo molti giovani talenti dobbiamo lavorare sullo spirito di squadra e sulla personalità. Il problema è tutto qui”. L’esordio nelle qualificazioni europee ha dimostrato che i Diavoli Rossi hanno ancora molta strada da percorrere. Pur non demeritando sotto il profilo di gioco né contro la Germania né in casa della Turchia, gli uomini di Leekens hanno raccolto zero punti, frutto di errori difensivi puntuali come il Thalys Bruxelles-Amsterdam. Lo scintillante Dembele (un giocatore da Arsenal, non da Fulham) visto contro la Germania non può bastare.
(2-continua)

Fonte: Guerin Sportivo

Friday, November 12, 2010

BelgiOlanda 2018: colazione a Lambermont

La candidatura di Belgio e Olanda quali paesi organizzatori del Mondiale 2018 in un esclusivo reportage.

Matthias Leterme non appartiene alla nutrita schiera di laureati costretti a sbarcare il lunario per qualche centinaia di euro, aggrappati il più delle volte ad un “poi vedremo” che si concretizza in un contratto a tempo indeterminato con la stessa frequenza con la quale il Genk vince il campionato belga. No, Matthias Leterme è più un tipo da Anderlecht o da Standard Liegi (quello degli ultimi anni). Essere il figlio del primo ministro belga aiuta. Magari a trovare, a 24 anni, un impiego quale manager amministrativo e finanziario di un club di Jupiler Pro League, il Kortrijk. Usufruire di corsie preferenziali non implica però automaticamente la mancanza di capacità professionali, ed ecco così il giovane Leterme rivestire un ruolo fondamentale nella miracolosa stagione 2009/2010, che ha visto il Kortrijk, budget di 6.5 milioni di euro, terminare al quinto posto in campionato e regalare alla nazionale belga un paio di giocatori, nonché il proprio tecnico, George Leekens. Una bella impresa calcistica dietro la quale si cela un ottimo lavoro gestionale. Un’impresa che però appare di una facilità irrisoria se paragonata a quella che attende il padre Yves Leterme, ovvero battere la concorrenza di Inghilterra, Russia e della coppia Spagna-Portogallo per vedersi assegnata l’organizzazione della coppa del mondo 2018. “Siamo molto determinati e cautamente ottimisti”, dichiara Leterme nel corso di una colazione nella lussuosa Lambermont, la villa in pieno centro a Bruxelles adibita a residenza del primo ministro belga. “Abbiamo le infrastrutture, possiamo contare su un’ottima rete di trasporti pubblici, gli stadi sono vicini l’uno con l’altro, la capacità organizzativa è già stata testata dall’Europeo del 2000 (nonché, riguardo all’Olanda, dal Mondiale under 20 nel 2005, nda). Siamo piccoli ma valiamo tanto, un po’ come Messi”.
(1-continua)

Fonte: Guerin Sportivo

Monday, July 12, 2010

Onore ai migliori

Olanda-Spagna 0-1: le pagelle

Stekelenburg 7.5 – Degna conclusione di un grande Mondiale. Subito reattivo su Sergio Ramos, provvidenziale su Fabregas, incolpevole contro Iniesta. Forse è finalmente sbocciato un grande portiere.
Van der Wiel 5 – Soldatino diligente che rispetta le consegne, le rare volte che si spinge in avanti non combina nulla di buono. E difensivamente non è irreprensibile.
Heitinga 7 – Prestazione di grande carattere. Reattivo e concentrato come mai prima in Sudafrica, salva un tiro a colpo di sicuro di Villa e si segnala per diversi anticipi. Nel finale si immola su Iniesta e viene espulso.
Mathijsen 7 – Lotta su ogni pallone, e se Villa combina poco il merito è anche suo. Gioca d’anticipo, è meno duro di Heitinga ma ugualmente efficace.
Van Bronckhorst 6.5 – Partita di sostanza, controlla senza troppi problemi il fumoso Pedro, maggiormente in difficoltà contro Jesus Navas, che lo punta ripetutamente. Ma se la cava con l’esperienza.
(Braafheid 6 – Esordio Mondiale senza infamia né lode, sta sulle sue preoccupandosi solo di non far partire Jesus Navas)
De Jong 5.5 – Mediano con licenza di uccidere, da codice penale il colpo di karate ai danni di Xabi Alonso. Solo ammonito, gioca il resto della gara con il freno a mano tirato. Meno brillante del solito.
(Van der Vaart 5.5 – E’ sfortunato, perché il suo goffo tentativo di rinvio riconsegna la palla alla Spagna, che segna. Bravo a essere al limite dell’area in copertura, però difendere non è propriamente il suo mestiere…)
Van Bommel 7 – Un grande giocatore. E’ il primo a pressare “alto” il portatore di palla, ed è sempre il primo a proporsi fuori dalla propria area per impostare l’azione. Durissimo ma indispensabile.
Robben 5 – Il calcio è anche questo. Il migliore dei quattro in avanti è anche colui che si divora due colossali occasioni. Capita anche ai più bravi.
Sneijder 6 – La verticalizzazione che manda Robben in porta è un gioiello. Per il resto partita oscura, di grande sacrificio. Tanta corsa, specie senza palla, e meno lucidità del solito in costruzione.
Kuijt 5 – Subisce Sergio Ramos sulla destra senza trovare adeguate contromisure. Clamoroso quando nel primo tempo si fa saltare come un pivellino in area di rigore. In avanti poi ne azzecca davvero poche.
(Elia 5 – Non combina nulla)
Van Persie 5.5 – Timido miglioramento rispetto alle ultime partite, lotta e sgomita chiuso nella morsa Puyol-Piquè e produce un paio di sponde interessanti. Però non tira mai in porta, quasi fosse un Giardino qualsiasi.

Sunday, July 11, 2010

Wesley Sneijder Standing on the Brink of History

The World Cup final at Soccer City in Johannesburg will mark Wesley Sneijder’s last game of an amazing season. The Dutchman had arrived in South Africa off the back of a remarkable Serie A, Coppa Italia and Champions League treble. Now, the Real Madrid reject is hoping to add a World Cup winners’ medal to his collection to complete a perfect year. In fact, if Holland defeat Spain, then the Inter midfielder will become only the second player – after Pelè – to have won a domestic title, a national cup and the major club competition and World Cup on the bounce.

Pelè picked up a treble in 1962 with Santos, scoring a brace in a 3-0 win over Penarol to lift the Copa Libertadores. Then the Brazilian legend travelled with the Selecao side that won the 1962 World Cup in Chile. One dark cloud was that Pelè picked up an injury when attempting a long range drive in Brazil’s second game against Czechoslovakia and never recovered to reclaim a starting spot in the tournament. The World Cup wasn’t actually where the silverware ended though – Pelè went on to pick up the Intercontinental Cup soon afterwards.

Sneijder could too. The Dutchman could become the first European player to complete this ‘Grand Slam’, as in December he will head off to the United Arab Emirates with Inter to contest the FIFA Club World Cup. Sitting side by side with Pelè would be quite an achievement for someone forced out of the Bernebau last summer with the arrival of Cristiano Ronaldo.

In 1974, seven Germans, Franz Beckenbauer, Gerd Müller, Paul Breitner, Uli Hoeness, Hans-Josef Kapellmann, Hans-Georg Schwarzenbeck and Sepp Maier, themselves came close to joining Pelè’s exclusive club, as they picked up the European Cup with Bayern Munich and the World Cup with West Germany. However, this band of Germans lost their domestic cup final to Eintracht Frankfurt.

At this World Cup, Sneijder has been impressive, of that there is little doubt. The Inter man has turned it on in every game he has played and with his strike against Uruguay joined Holland’s all-time top scorers top ten. Sneijder has equalled his team-mate Robin van Persie and also Leen Vente – a striker who scored 19 goals in just 21 games between 1933 and 1940. The 26-year-old is now just five goals behind the legendary Marco van Basten and is the second highest scoring midfielder, behind only Kick Smit, who netted 26 times between the late 1930s and the 1950s.

In the two great international competitions, the World Cup and European Championship, Sneijder is as productive as Ruud van Nistelrooy. The Inter player has seven goals so far – five in the current World Cup and two at Euro 2008. Only three players can claim to have done better than Sneijder and Van Nistelrooy: Patrick Kluivert, Johnny Rep (both with eight goals) and Dennis Bergkamp (10 goals). The former Ajax man also seems to be Holland’s lucky charm. If he scores, the Dutch will not lose. So far, Sneijder has scored 19 goals in 18 games, and of those the Oranje won 17 and drew one.

It is no surprise therefore that Holland have marched on and that Wesley Sneijder is in contention for the Golden Boot. Capped 67 times so far, Sneijder has five goals to his name in South Africa, having scored the winner in the 1-0 win over Japan, struck again in the last 16 win over Slovakia, and then netting a brace in the quarter final against Brazil. Add another against Uruguay in the crucial semi-final, and Sneijder has every right to feel very pleased with his work in Africa. It seems that with every goal the midfield live-wire snatches, another Dutch record falls. Currently, the Utrecht-born star is equal with Rob Rensenbrink and Johan Neeskens as Holland’s top scorer at a World Cup: Neeskens bagged five in 1974, while Rensenbrink did the same four years later in Argentina.

The road back to a World Cup final has been a long one for Holland and while great hopes were placed on Sneijder when he made his international debut at the age of just 18, the midfielder soon knew the pain of disappointment: Sneijder featured in the 2006 World Cup and both the 2004 and 2008 European Championships. Now, he has helped his team back to where they feel they belong and if he can succeed where Dutch icons like Johan Cruyff, Marco van Basten and Dennis Bergkamp failed, they might write a history book just for Sneijder all on his own. From a land of so many legends it’s not easy to stand out, but Wesley Sneijder is doing just that.

Fonte: Inside Futbol

Friday, July 9, 2010

Van Bommel e Stekelenburg: la classe media al potere

Negli anni Settanta era la squadra di Johan Cruijff e del calcio totale; negli Ottanta era invece diventata la Milanda del trio rossonero Gullit-Van Basten-Rijkaard; oggi quella guidata da Bert van Marwijk può essere definita la ModernOlanda, perché capace di unire talento ed efficacia come raramente visto in passato. E’ la nazionale dei celebrati Sneijder e Robben, ma anche quella di coloro che in patria vengono definiti i “waterdragers”, i portatori d’acqua. Giocatori di quantità al servizio della squadra e delle sue stelle, elementi imprescindibili per gli equilibri tattici dei tulipani. Mark van Bommel, Nigel de Jong, Maarten Stekelenburg, Dirk Kuijt, Joris Mathijsen. Non è gente da pallone d’oro. Da titolo mondiale però si.

Per due di questi giocatori, Sudafrica 2010 costituisce la rivincita nei confronti di una delle più grandi icone di sempre del calcio oranje, Marco van Basten, il precedente ct dalla nazionale che per quattro anni ha diviso stampa e opinione pubblica con le sue scelte radicali, talvolta poco indovinate. E’ il caso di Mark van Bommel, l’allenatore in campo della nazionale olandese, il comandante attorno al quale si rifugia la truppa nei momenti difficili. Non piace agli amanti del bel calcio, Van Bommel; troppo rude, provocatorio, scontroso, in mezzo al campo palla o gamba per lui fa poca differenza. Con Van Basten non ci prendeva: idee di gioco troppo diverse. Così un giorno ha deciso di chiudere con la maglia oranje. Lo fece pubblicamente, dichiarando che, se avesse potuto, avrebbe terminato la carriera giocando per la Germania. L’importante era non trovarsi più Van Basten tra i piedi.

Van Bommel è ritornato in nazionale grazie a Bert van Marwijk, suo suocero. Uno a cui il giocatore deve tutto, dal momento che fu proprio l’attuale ct a farne decollare la carriera quando, a fine anni Novanta, lo riconvertì nel Fortuna Sittard da ala in centrocampista centrale. Nel nuovo ruolo Van Bommel, che un paio di anni prima era stato scartato dall’Ajax di Van Gaal, condusse il piccolo club del Limburgo fino alla finale di Coppa d’Olanda, che saltò per squalifica. Ma ormai il decollo era avvenuto, per un viaggio che avrebbe toccato Eindhoven (Psv), Barcellona e Monaco di Baviera (Bayern). Un curriculum che costituisce un alibi di ferro contro qualsiasi accusa di nepotismo. Al Mondiale è sparito ogni dubbio residuo.

Dubbi ne esistevano parecchi anche nei confronti di Maarten Stekelenburg, portiere nel giro della nazionale fin dal 2004 ma sempre rimasto nell’ombra di Edwin van der Sar. Anche perché l’estremo dell’Ajax cresceva meno di quanto ci si aspettasse, tanto che proprio Van Basten, durante il suo periodo alla guida del club di Amsterdam, finì con il togliergli la maglia da titolare. Maarten l’eterna promessa che non sbocciava mai, il brutto anatroccolo che l’Olanda ricordava come il primo portiere nella storia della nazionale ad essere stato espulso (nel 2008 contro l’Australia). La finale di Sudafrica 2010 è anche merito suo, dei suoi interventi decisivi negli ottavi su Vittek e, soprattutto, nei quarti su Kakà e Maicon. Anche Stekelenburg è un “waterdrager”, appartenente alla classe media dei portieri, lontano da qualsiasi classifica sui migliori del mondo nel ruolo. Eppure oggigiorno è “un ottimo portiere”. Parola di Jan Jongbloed, l’uomo che ha difeso i pali dei tulipani in due finali mondiali. Maarten è finalmente diventato grande.

Fonte: Il Giornale

Thursday, July 8, 2010

La nuova Olanda promossa dai nonni "capelloni"

Una trentina abbondante di anni dopo, gli allievi stanno per superare i maestri. Dove hanno mancato l’Olanda di Michels nel 1974 e quella di Happel nel 1978, entrambe finaliste sconfitte nel Mondiale, potrebbe invece riuscire la versione 2010, solida, moderna e non più schiava dell’estetica, guidata da Bert van Marwijk. Ed ecco allora gli oranje che stanno per compiere l’impresa giudicati da coloro che in passato ci hanno provato, e in alcuni casi si sono fermati solo ad un passo da essa. Oggi il cerchio si sta per chiudere.

Maarten Stekelenburg 7.5. “E’ stato uno dei portieri meno impegnati in tutto il Mondiale, e questo avrebbe potuto nuocergli. Invece, quando lo hanno chiamato in causa, ha sempre risposto con prontezza. Ciò significa sicurezza e grande concentrazione. Ha raggiunto la piena maturità.” (Piet Schrijvers)

Gregory Van der Wiel 7. “Non sempre si è visto il Van der Wiel dell’Ajax, arrembante in attacco e puntuale in chiusura. In difesa però non ha mai commesso errori, confermando il proprio spessore internazionale”. (Willy Dullens)

John Heitinga 6.5. “Sebbene nasce terzino destro, i miglioramenti come centrale sono evidenti. Più sicuro accanto a Mathijsen, con il quale forma una coppia affidabile, che con Ooijer”. (Gerrie Muhren)

Joris Mathijsen 7. “Ormai un veterano della selezione, non è appariscente ma la sua importanza si nota soprattutto quando manca. Come contro il Brasile”. (Keje Molenaar)

Giovanni Van Bronckhorst 6.5. “Un Mondiale in linea con la sua carriera: tecnica di prim’ordine non sempre supportata dalla necessaria continuità di rendimento. Ma l’esperienza di Gio è importante in una squadra piuttosto giovane.” (Edo Ophof)

Nigel De Jong 8. “Sprizza voglia di vincere da tutti i pori. L’agonismo però non va mai a scapito della disciplina. Una qualità da grandissimo giocatore, il cui lavoro oscuro risulta essere tanto prezioso quanto le giocate dei compagni più famosi”. (Dick Schneider)

Mark Van Bommel 7.5. “Il comandante della squadra, il leader attorno al quale ci si stringe nei momenti di difficoltà. Il suo ritorno in nazionale è stato un toccasana per gli equilibri tattici dell’Olanda”. (Jan Peters)

Arjen Robben 7.5. “Con lui in campo gli oranje partono, psicologicamente, con una marcia in più. Gioca con il cuore, a volte eccede nella ricerca del numero, ma stiamo parlando della miglior ala dai tempi di Marc Overmars”. (Brian Roy)

Wesley Sneijder 8. “Un fenomeno. Punto. Ogni partita del Mondiale lo ha visto protagonista. Conosce alla perfezione i tempi di gioco, sa quando accelerare e quando addormentare la manovra. Inoltre possiede tiro, personalità, carisma. Di più non saprei cosa chiedere”. (Kees Kist)

Dirk Kuijt 7.5. “In campo lo trovi sempre nella posizione più utile alla squadra. Attacca e difende con la medesima intensità. Pochi esterni possono vantarsi di aver disinnescato uno come Maicon. In quanto a spirito di sacrificio, è il numero uno” (John Rep)

Robin van Persie 6. “Il vero Van Persie in Sudafrica non si è mai visto, ed è un peccato. L’impegno non è mai mancato, però come prima punta ha fatto rimpiangere sia Kuijt che Huntelaar”. (Arnold Scholten)

Bert van Marwijk 8. “La parola chiave della sua gestione è: tranquillità. Quella che è riuscita a trasmettere ai giocatori, mai così bravi nel gestire la pressione. La sua Olanda ha avuto la fortuna dalla propria parte, è innegabile, ma ha anche giocato un buon calcio. E alla fine è arrivata dove merita.” (Wim van Hanegem)

Fonte: Il Giornale

Olanda-Uruguay 3-2: le pagelle

Stekelenburg 5 – La prima brutta partita del suo Mondiale. L’errore tecnico sul gol di Forlán è clamoroso, e regala insicurezza a tutta la squadra. Bravo invece nella ripresa a negargli il raddoppio su punizione.
Boulharouz 5.5 – Parte piuttosto bene, segnalandosi per una bella diagonale in chiusura su Forlán. Poi perde confidenza ed inizia a picchiare. Da brividi uno svarione nella ripresa che costringe Stekelenburg ad un’uscita fuori area.
Heitinga 6 – Prestazione sufficiente, non commette errori vistosi. Lucido nell’assedio finale dell’Uruguay.
Mathijsen 6 – Come il compagno di reparto Heitinga, anche lui senza infamia e senza lode. E’ troppo lontano da Forlán quando questi scocca il tiro dell’1-1, ma le colpe del gol vanno ricercate altrove…
Van Bronckhorst 7 – Il gol è un gioiello, pur con la gentile collaborazione di Muslera. Il resto è su alti livelli, come mai visto finora in Sudafrica.
De Zeeuw 6 – Ha un altro passo rispetto a De Jong, ma dovrebbe compensare con una maggiore lucidità in fase di costruzione. Non ci riesce, complice anche una pedata (involontaria) ricevuta in piena faccia da Caceres. Non rientra dopo l’intervallo.
(Van der Vaart 6.5 – Da centrocampista centrale puro, buon impatto sulla partita. Si sacrifica in fase di non possesso, regala vitalità in costruzione, pur pestandosi i piedi con Sneijder).
Van Bommel 6 – Sottotono rispetto ai suoi standard. Risponde colpo su colpo all’aggressività del centrocampo uruguaiano, ma senza la consueta lucidità.
Robben 6.5 – Il gol del 3-1, bello e inedito (lo realizza di testa, non propriamente una specialità della casa), riscatta una prova opaca. Si divora il 4-1.
(Elia sv)
Sneijder 6.5 – Riesce ad essere nuovamente decisivo anche in una partita che lo ha visto per larghi tratti fuori dal gioco. Nove volte su dieci la palla del 2-1 non sarebbe entrata in porta. E’ proprio la sua stagione.
Kuijt 7 – Scalda subito le mani a Muslera, poi pennella un assist delizioso per il 3-1 di Robben, infine è lui a sbrogliare una situazione scabrosa in area di rigore nel finale, con gli uruguaiani tutti in avanti e gli olandesi con i brividi sulla schiena. Non sempre è preciso, ma non è un automa.
Van Persie 5.5 – Ad un certo punto, frustrato, lascia a Robben il ruolo di punta centrale e prova a partire largo sulle fasce. Sempre un tocco di palla di troppo. Mezzo voto in più per il tacco che manda in porta Robben. Sul 3-1 Olanda però

Monday, July 5, 2010

Bert van Marwijk, un Normal One davvero speciale

Un signor Rossi in salsa oranje, il ct olandese Bert van Marwijk. Viso da pacioso e sereno uomo di mezza età, elegante, sobrio, modi educati. Quel tipo di persone che si possono incontrare ovunque, dietro ad uno sportello in banca, alla guida di un autobus oppure in un negozio di lingerie del centro, e delle quali ci si dimentica un secondo dopo averle salutate. Per Lambertus (Bert) van Marwijk non sarà così. In un mondo come quello del calcio popolato da professori, santoni, polemisti e tuttologi, questa volta sotto i riflettori è finito l’uomo comune. E rischia pure di vincere il Mondiale.

Naturalmente Van Marwijk non è commissario tecnico della nazionale olandese per caso, né tantomeno il classico uomo di paglia messo sulla panchina con il solo compito di non disturbare i galli nel pollaio. Quest’ultima una specie che ha sempre proliferato nello spogliatoio oranje, causando non pochi danni. E allora serviva un uomo d’ordine, un pompiere capace di spegnere sul nascere i fuochi delle liti interne, un mediatore abile nello smorzare i toni e allentare la pressione. Ma serviva anche un allenatore capace di plasmare una gruppo pieno di talento in una squadra solida ed equilibrata. Missione compiuta, senza troppi fronzoli.

Se Josè Mourinho è considerato una manna per i giornalisti, Van Marwijk ne rappresenta un vero e proprio incubo. Mai una polemica o una parola sopra le righe, atteggiamenti sempre cordiali e conferenze stampa spesso ai limiti della noia. Hanno provato ad attaccarlo sulla convocazione di Mark van Bommel, il marito di sua figlia Andra, e sull’esclusione di Ruud van Nistelrooy; lo hanno stuzzicato sui pessimi rapporti che intercorrono tra Wesley Sneijder e Robin van Persie; hanno parlato dell’Olanda come di una squadra che gioca solo di rimessa, un’eresia nella patria del calcio totale. Van Marwijk non si è mai scomposto. Le risposte le ha fornite il campo: 24 partite consecutive senza sconfitte, nove vittorie negli ultimi nove incontri, semifinale ai Mondiali dopo aver messo ko il Brasile per la prima volta dal 1974.

Eppure il curriculum vitae dell’attuale ct dei tulipani non forniva propriamente l’identikit ideale per un candidato alla panchina di una delle prime nazionali al mondo. Da giocatore Van Marwijk era un’ala sinistra di medio livello che aveva speso tutta la propria carriera in provincia, togliendosi però la soddisfazione di aver vestito, anche se solo per 45 minuti, la maglia della nazionale olandese, in un’amichevole a Belgrado nel maggio del ’75 persa 3-0 contro la Jugoslavia. Da allenatore la musica è cambiata poco: tanta gavetta in provincia, l’acuto della Coppa Uefa vinta nel 2002 con il Feyenoord, un’esperienza poco felice in Bundesliga in un Borussia Dortmund sommerso dai debiti, e poco altro (una coppa d’Olanda nel 2008, sempre con il Feyenoord).

L’Olanda del suo predecessore, Marco van Basten, era tutta chiacchiere e distintivo, un giorno fuoco e fiamme (3-0 all’Italia e 4-1 alla Francia a Euro 2008) e quello successivo petardi bagnati (il ko contro la Russia nei quarti del medesimo torneo); con Van Marwijk la forma è stata messa al servizio della sostanza. Perché dietro ai Robben e agli Sneijder, i veri protagonisti del mondiale in maglia arancione si chiamano Stekelenburg, Van Bommel, De Jong e Kuijt; un portiere, due mediani e il giocatore meno talentuoso, insuperabile però per spirito di sacrificio e gioco di squadra, del reparto offensivo. La classe media in paradiso. Questo è il segreto, e il calcio, di Bert van Marwijk. Il Normal One che ha saputo mettere in riga una squadra di speciali.

Fonte: Il Giornale

Saturday, July 3, 2010

Olanda-Brasile 2-1: le pagelle

Stekelenburg 7.5 – Una buona fetta di qualificazione passa dalla sue mani. Nel primo tempo toglie a Kakà la palla del 2-0, e la partita sarebbe finita lì. Sempre sicuro.
Van der Wiel 6 – Nel primo tempo è il terzino bloccato e banale visto finora in Sudafrica, nella ripresa torna ad aggredire lo spazio ed a proporsi come sa fare. Ma in semifinale non ci sarà per squalifica.
Heitinga 4 – Contro un avversario di altissimo livello come il Brasile riemergono prepotentemente tutte le sue lacune. Imbarazzante l’errore di movimento sul gol di Robinho. Sempre in difficoltà.
Ooijer 5 – Anche lui colpevole dell’autostrada spalancata al filtrante di Felipe Melo per il vantaggio brasiliano, si riscatta parzialmente con un paio di chiusure all’ultimo respiro. Ma è costantemente in affanno.
Van Bronckhorst 5.5 – Nel primo tempo Maicon lo punta e, prevedibilmente (vista la differenza di età e di passo), lo salta. Poi l’interista si placa sino a scomparire, e Gio sentitamente ringrazia.
De Jong 7 – E’ battaglia vera in mezzo al campo, e lui ci si butta a capofitto, trovando anche il tempo di far ripartire l’azione. Grande prestazione. Ammonito, sarà squalificato.
Van Bommel 6 – Meno in palla del solito, provoca fin dall’inizio Felipe Melo con il compito, riuscito, di fargli saltare i nervi. Idiota era, lo juventino, e idiota resta (copyright. Vittorio Feltri). Van Bommel lo sa e agisce di conseguenza.
Robben 6.5 – Per fermarlo Bastos deve ricorrere al fallo sistematico; idem il sostituto del giocatore del Lione, Gilberto. La sua imprevedibilità rimane una delle armi più letali dell’Olanda, anche se contro il Brasile non sempre le magie gli riescono.
Sneijder 7 – Strano il calcio. Primo tempo da 4, abulico e irritante. Poi le due fiammate: autogol di Melo su un suo cross, quindi stoccata decisiva di testa dall’area piccola. E Wesley, il peggiore in campo (con Heitinga) fino a quel momento, diventa l’uomo-partita.
Kuijt 6 – Sebbene schierato come esterno sinistro alto, il suo primo compito è quello di contenere le avanzate di Maicon. Vita dura. Poco lucido, e spesso impreciso, in avanti.. Ma la spizzata di testa per la rete di Sneijder è sua.
Van Persie 5 – Ennesimo nulla di fatto, nonostante l’impegno non si discuta. Stritolato nella morsa Lucio-Juan nel primo tempo, mai pericoloso, due punizioni calciate orribilmente.
(Huntelaar 5 – La goffaggine e la lentezza con la quale addomestica in area, tutto solo, la palla del possibile 3-1, giustificano il voto).

Friday, July 2, 2010

Attenti a quei due: un paio di spunti sulla coppia Suarez-Forlán

La paura fa novanta, proprio come i gol stagionali di Luis Suarez e Diego Forlán, la coppia d’attacco più caliente del Mondiale. Da giugno 2009 ad oggi Suarez ha infilato la palla in rete 56 volte (49 con l’Ajax, 7 con l’Uruguay), mentre il sodale Forlan si è dovuto “accontentare” di 34 (28 con l’Atletico Madrid). Reti che si contano, ma soprattutto si pesano. Forlán ha condotto l’Atletico Madrid al successo in Europa League, decidendo anche la finale contro il Fulham; Suarez ha eguagliato il primato di prolificità per uno straniero nella Eredivisie olandese, detenuto dal serbo Mateja Kezman, mettendosi alle spalle gente come Romario, Ronaldo e Jari Litmanen. Entrambi oggi stanno facendo vivere alla Celeste un’avventura Mondiale come non accadeva da quarant’anni, ovvero da quando a Mexico 70 l’Uruguay di Mazurkiewicz, Espárrago e Cubilla, che bloccò sullo 0-0 l’Italia nel gruppo eliminatorio, venne fermato in semifinale dal Brasile di Pelè.

Suarez e Forlán, non certo i due giocatori più attesi del Mondiale. Il primo, sempre in doppia cifra fin dagli esordi nel Nacional Montevideo e, in Europa, nel Groningen, con appiccicata l’etichetta di bomber di provincia, perché in Olanda, o in altri campionati “minori”, dicono che segnare sia più facile (poi però i flop mondiali si chiamano Anelka, Gilardino e Rooney). Il secondo sempre ignorato dai club di vertice dopo la non esaltante esperienza nel Manchester United (i tifosi lo chiamavano Diego Birtles, accostandolo ad un famoso divora-gol degli anni Ottanta Garry Birtles, una sorta di Egidio Calloni d’Albione), a dispetto delle caterve di reti dispensate con Villareal e Atletico Madrid, che gli sono valse anche due Scarpe d’Oro.

Per sfruttare al meglio il talento della coppia il ct Oscar Washington Tabarez ha ridisegnato la squadra: cassato il 3-4-1-2 proposto nel brutto esordio contro la Francia, ecco un 4-3-3 con Suarez prima punta e Forlán più arretrato, quasi in posizione di regista, con libertà di movimento pressoché assoluta. Hanno completato il quadro l’inserimento di Edinson Cavani sull’ala destra, e un’impalcatura solida retta in mediana dalla coppia Egidio Arevalo-Diego Perez e nelle retrovie da Diego Lugano. Risultato: doppietta di Forlán al Sudafrica, reti decisive di Suarez contro Messico e Corea del Sud. Per quest’ultimo l’ottimo Mondiale fin qui disputato rappresenta un motivo di orgoglio particolare, considerando che ad undici anni fu costretto a rifiutare la convocazione ad uno stage di selezione per le nazionali giovanili uruguaiane perché la sua famiglia non aveva nemmeno i soldi per comprargli le scarpe.

Suarez e Forlán stanno riuscendo dove Alvaro Recoba ha più volte fallito: regalare all’Uruguay sprazzi di quell’antica gloria che, a cavallo tra gli anni Venti e i Cinquanta, aveva portato in bacheca due coppe del mondo, due ori olimpici e cinque coppe America, mettendo in mostra campioni quali la Maravilha Negra Andrade, Juan Alberto Schiaffino e Alcides Ghiggia. Dopo il 1970 invece il buio, con l’Uruguay che fa notizia per i calci piuttosto che per il calcio: al Mondiale 86 Josè Batista regala alla sua squadra il primato dell’espulsione più veloce in una coppa del mondo facendosi cacciare dal campo, nel match contro la Scozia, dopo soli 55 secondi. Nell’ultimo ventennio, infine, tante aspettative puntualmente frustrate da risultati modesti: proprio la storia, in estremi sintesi, di Recoba. Acqua passata. Oggi i cieli sopra Montevideo sono tornati a colorarsi di celeste. Come la maglia di una storica nazionale.

Fonte: Il Giornale

Thursday, July 1, 2010

World Cup Quarter-final: Holland vs Brazil Match Preview

Boring football is the new Dutch style

So far Holland have shown they are a solid, but unspectacular team. Bert van Marwijk’s men scored a perfect winning record in the group stage, and breezed past Slovakia in the last 16 with little effort. Despite qualifying for the quarter-finals, there have been reasons to be concerned about the quality of the football on show. However, saving the best for last seems to be Holland’s new approach.

The Oranje’s "water-carriers" more than stars have impressed so far. Nigel de Jong and Mark van Bommel, the two defensive midfielders in Van Marwijk’s 4-2-3-1 system, have helped the midfield to be largely functional and protect the back four. Up front, Wesley Sneijder is perhaps the only Dutchman trying to improve the fluidity of Holland’s play, while the rest of the team appear to be waiting for Arjen Robben to fully recover from his hamstring injury.

Under Van Marwijk, Holland have stretched their longest ever unbeaten streak to 23 games, currently the longest in international football. Although the coach has gone on record as saying he too has been frustrated by the lack of panache shown by his side, he always remembers the end result is his priority. The coach will continue with his radical (by Dutch standards), if unpopular, approach until the end.

Favourites Brazil choose substance over style

Brazil is perhaps the only country in which every result at a World Cup is considered a failure if victory at the final does not arrive at the end of the tournament. Dunga’s men opened the competition with a poor display against North Korea, but soon learned from this and easily dispatched the Ivory Coast in their next match, finishing with a draw against Portugal. While Chile were beaten in the last 16, Brazil’s philosophy of joga bonito doesn’t seem to have a natural home within the Seleção anymore. Dunga has shown his men the value of patience as Brazil wait until their opponents make a mistake and hit them hard with a fast moving quality attack.

With Kaka still searching for his best form, the inspiration has come from Robinho and Luis Fabiano. The latter showed his worth by netting a pair against the Ivory Coast, then scoring the second goal in the comfortable 3-0 win over Chile. Is it enough to stop the Brazilian public dreaming of Ronaldinho, Alexandre Pato and Adriano? Perhaps. Indeed, the side is extremely well balanced with Lucio and Juan looking comfortable alongside full backs Maicon and Michel Bastos.

Swapping good football for pragmatism in order to triumph has caused Dunga savage criticism back home. The coach however has hit back, saying that even his most ardent critics cannot quibble with his results: The Confederations Cup in 2009, top spot in their qualifying group and the 2007 Copa America. No Brazilian flair? Dunga takes no notice of that, and as with his opposite number van Marwijk, will continue with his radical, if largely unpopular, choice.

Players to watch

Holland – Arjen Robben: The Bayern Munich winger can add speed and fantasy to the Oranje, two things they’ve missed so far. Provided Robben starts the game he should prove a constant thorn in the side of the Brazilian defence, forcing left back Michel Bastos to pay less attention to his attacking duties. Although the winger has not yet hit peak fitness, he did notch the opening goal against Slovakia. Robben was also key in Holland’s 2-1 win over Cameroon – his World Cup debut – hitting the inside of the post with a powerful shot and providing Klaas-Jan Huntelaar with the assist for the winning goal.

Brazil – Maicon: Brazil’s right back opened the scoring in the country’s first match against North Korea, slotting home from an unlikely angle. The Inter man’s unique mix of speed and strength along the right flank can be the perfect weapon against the Dutch defence, considering that along the way he will meet 37-year-old Giovanni van Bronckhorst. In the last 16 Maicon kept Chile’s dangerous wingers Mark Gonzalez and Jean Beausejour relatively quiet.

Match prediction

On paper Brazil vs Holland should be a triumph of attacking and spectacular football, but that expectation looks unlikely to be met. The win at all costs mentality held by both Van Marwijk and Dunga is not the best guarantee of a thrilling match. Both coaches will focus on strong tactical organisation, patiently waiting for the other side to make a mistake. This quarter-final looks set to be a game of chess, where the smartest, or even the luckiest, will prevail. In the end a close contest, probably heading towards a goalless draw that Brazil will win on penalties.

Fonte: Inside Futbol

Monday, June 28, 2010

Dal calcio totale al gossip totale

In Inghilterra ci sono le Wags, viziato e capriccioso gruppo composto dalle fidanzate e dalle mogli dei calciatori della nazionale in perenne ricerca di un posto i riflettori. In Olanda invece Wags si declina al singolare. Una sola vrouw al comando, capace però di occupare le prime pagine dei giornali come nemmeno la nazionale guidata da Bert van Marwijk, tra le più serie candidate alla vittoria del mondiale. Perchè ogni volta che si parla di Yolanthe Cabau van Kasbergen, la compagna di Wesley Sneijder, l’Olanda si spacca, tanto da far arrivare un giornalista a chiedere in conferenza stampa al ct Van Marwijk: “Yolanthe ha annunciato che arriverà presto in Sudafrica, è proccupato?”

Ma chi è la signorina Yolanthe? Di tutto e di più, come la Rai. Modella, attrice, presentatrice, madrina del Giro d’Italia. Nata 25 anni fa a Ibizia da padre spagnolo e madre olandese, studia da diva ed è un’assidua frequentratrice delle cronache rosa. Nella primavera 2009 fece scalpore un bacio con Sneijder ripreso dalla telecamera di un parcheggio sottorraneo quando lei era ancora legata a Jan Smit, popolarissimo cantante olandese. I due rappresentavano i perfetti fidanzati d’Olanda, tanto che quando venne annunciata la loro rottura intervenne addirittura il primo ministro Jan Peter Balkenende per dichiarare il proprio rammarico.

Il ciclone-Yolanthe ha raggiunto il suo picco di massima intensità proprio alla vigilia degli ottavi di finale, portando lo scompiglio nel finora tranquillo ambiente dei tulipani. La miccia è stata accesa dal giornalista Johan Derksen, una delle penne più affilate di tutta l’Olanda. “Yolanthe può farci vincere il Mondiale”, ha scritto. “Da quando Sneijder sta con lei, il suo rendimento in campo si è letteralmente impennato. Se decisse di concedersi anche agli altri dieci della squadra, non ci fermerebbe più nessuno”.

L’accenno alla presunta facilità di costumi della futura signora Sneijder, già definita in passato da alcuni media “Yoko Ono in salsa oranje” e “starfucker” (non servono traduzioni), ha ovviamente scatenato una bufera, e la replica del giocatoe dell’Inter non si è fatta attendere. Sneijder in patria sta vivendo una situazione decisamente schizofrenica: gli stessi giornali che da un lato lo esaltano per le strepitose performance in campo, dall’altro ne criticano la deriva mondana, l’atteggiamento fin troppo pieno di sé e la sovra-esposizione mediatica. Interviste ai giornali rosa, servizi sul loro attico a Milano, reportage sul loro shopping pre-matrimoniale. Gli Sneijder in formato prezzemolo. Non più calcio, ma gossip totale.

Fonte: Il Giornale

Olanda-Slovacchia 2-1: le pagelle

La cronaca dell'incontro è disponibile sul blog Mondiali di calcio 2010

Olanda (4-2-3-1)

Stekelenburg 7 – Bravo sul destro di Stoch, decisivo su Vittek presentatosi tutto solo davanti a lui. Il numero uno oranje c’è.
Van der Wiel 5 – Una prestazione inutile, da ragazzino timoroso anche della propria ombra. Praticamente mai oltre la metà campo.
Heitinga 5.5 – La chance capitata a Vittek lo trova fuori posizione. Pasticcia un po’ nel finale.
Mathijsen 6.5 – Dalle sue parti passa ben poco. Stilisticamente non bello a vedersi, ma efficace.
Van Bronckhorst 5 – Una sua sovrapposizione permette a Kuijt di accentrarsi e di calciare pericolosamente a rete. Peccato che arrivi ad una manciata di minuti dalla fine, dopo una prestazione scialba e con parecchie imprecisioni.
Nigel de Jong 6.5 – Lottatore instancabile in mediana, non concede nulla. Sarebbe meglio però evitare i colpi di tacco nella propria area piccola.
Van Bommel 6 – A depotenziare Hamsik ci pensa il ct Weiss con un atteggiamento tattico fin troppo guardingo. Lui vigila.
Robben 7 – Il gol dell’1-0 è un piccolo gioiello, l’ennesimo. Fa quasi sempre la stessa giocata, eppure nessuno riesce a fermarlo. Perché è un autentico campione.
(Elia 6 – E’ bravo, sa di esserlo e vuole dimostrarlo a tutti. Ma ogni tanto dovrebbe prendere esempio da Kuijt)
Sneijder 6.5 – Entra in entrambe le reti oranje. Avvia il contropiede poi finalizzato da Robben, quindi piazza la rete del raddoppio. E’ l’unico della squadra che verticalizza.
(Afellay sv)
Kuijt 6.5 – Cresce alla distanza dopo un inizio in sordina. Nell’assist a Sneijder per il 2-0 c’è tutto il meglio di questo giocatore. Un altro attaccante avrebbe egoisticamente calciato in porta, lui alza la testa a passa la palla al compagno. Sempre al servizio della squadra.
Van Persie 5 – Ennesima prestazione deludente, con un solo tiro – fiacco – nello specchio della porta. Sta esaurendo il bonus.
(Huntelaar sv).

Friday, June 25, 2010

Ripensando a quelli che...."Grazie Marcello"

Pubblichiamo l'opinione del collega svizzero Paolo Galli, che condividiamo in toto.

Ricordo i giornalisti italiani durante i Mondiali tedeschi, tutti prostrati di fronte all’intoccabile Lippi. Ricordo i loro “Grazie Marcello”. Poi ripenso a quando li ho incontrati pure nel ritiro di “Casa Azzurri” nei dintorni di Vienna, agli Europei, sprezzanti nel dirigere le loro domande piccanti a Roberto Donadoni. Nessun “Grazie Roberto”, nessuna prostrazione, solo un immotivato rancore, una sorta di consentita superiorità nei suoi confronti.

Poi è tornato il “Colonnello” e ha ripristinato le sue regole, le sue discussioni a senso unico, le sue arrabbiature estemporanee. Ha provato anche a ricreare il regime del terrore verso l’esterno, a cominciare dal rapporto con la stampa, sottomessa, come quattro anni or sono, in modo da creare una tensione e una pressione altrimenti inesistenti.

Questa squadra, rispetto a quella della prima “era Lippi” non è mai stata realmente una squadra. Senza Pirlo si è ritrovata privata del suo unico progetto tattico: nessuna alternativa, nessun palliativo, nessuno schema offensivo degno di questo nome, nessuna qualità. E poi è mancata l’unità di intenti.

Quell’Italia, quella del “cielo è azzurro sopra Berlino”, era come una roccia rotolante, una rolling stone pericolosissima, una mina vagante. Era viva e aveva fame. Lo si percepiva anche nelle comunque esistenti difficoltà del momento. Questa non aveva luce, spenta e imbolsita, già sazia. Sembrava un lento elefante di un circo, un elefante in pensione, buono solo per le foto con i bambini. Qualche polaroid con i monumenti che furono Cannavaro e Buffon, Gilardino e Gattuso. E poi ciao, addio Italia di Lippi. Addio Lippi. Non ti criticheranno neppure oggi. Perché comunque rimarrai “Grazie Marcello” per sempre.

Fonte: Il Giornale del Popolo, 25/06/2010