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Friday, December 9, 2011

Cuore d'Euzkadi

Porto di Le Havre, una grigia mattina dell’ottobre 1937. Il transatlantico Île de France è pronto per salpare in direzione New York. A bordo c’è un’intera nazionale di calcio, in fuga da un paese dilaniato dalla guerra civile. L’Euzkadi, la selezione dei Paesi Baschi, parte per le Americhe seguendo l’esempio di numerosi connazionali, che avevano scelto l’esilio quale unica soluzione per salvare la propria vita e la propria identità. Bilbao si era arresa alle truppe del generale Francisco Franco, insorto poco più di un anno prima contro le autorità repubblicane nel Marocco Spagnolo, e fermamente intenzionato a sottomettere tutto il paese iberico. Le mete della diaspora basca sono principalmente Francia e America Latina. Per queste persone, l’unico punto di contatto con la terra natia è rappresentato proprio dall’Euzkadi, una selezione appositamente costituita per raccogliere fondi, attraverso partite a scopo benefico, da destinare all’esercito basco, alle vittime di guerra e agli esuli. Dopo un tour europeo iniziato nell’aprile del 1937, l’Euzkadi decide di portare la propria iniziativa di solidarietà oltreoceano. Diventerà l’unica nazionale ad aver partecipato a un campionato per club, la Liga Mayor del Distrito Federal messicano. Con un piccolo giallo: chi vinse il torneo 1938/39? Proprio l’Euzkadi, come sostiene la Federazione basca, oppure l’Asturias, come risulta dagli almanacchi della Federcalcio messicana? La questione è ancora aperta.

Prima di proseguire con la storia, una piccola ma doverosa premessa: nell'uso quotidiano i termini stato e nazione sono erroneamente considerati sinonimi. Il primo però si riferisce a un’entità politica e geopolitica, il secondo a un’entità etnica e culturale. È pertanto corretto parlare di nazionale dei Paesi Baschi, nonostante questa non sia mai stata riconosciuta dalla FIFA, in quanto non in possesso del requisito previsto dall’articolo 10 dello statuto del massimo organo calcistico mondiale: l’essere espressione di uno stato indipendente.
La prima versione della nazionale basca compare nel 1915 con il nome di Selección Norte, e include anche giocatori della Cantabria. Seguirà, agli inizi degli anni Trenta, una formazione chiamata Vasconia, che si limita però a disputare un paio di amichevoli contro una selezione catalana. La nazionale basca con finalità solidali, ribattezzata Euzkadi, nasce invece nel 1937 per mano del lehendakari (presidente del governo autonomo basco) José Antonio Aguirre, agevolato nell’impresa dal suo breve passato (solo 4 partite ufficiali disputate) come giocatore dell’Athletic Bilbao. Proprio i biancorossi costituiscono l’asse portante della formazione, alla quale contribuiscono con nove elementi, tra cui il portiere Gregorio Blasco – primo numero uno dell’Athletic a vincere il trofeo Zamora – e Guillermo “Bala Roja” Gorostiza – due volte Pichichi della Liga spagnola. Entrambi fanno parte dello storico blocco dell’Athletic che in sette stagioni vince quattro campionati e altrettante coppe di Spagna. L’allenatore dell’Euzkadi è Pedro Vallana, icona del piccolo club basco Arenas (condotto, da giocatore, a una storica vittoria della Coppa del Re nel 1919) nonché unico caso al mondo di atleta che ha partecipato a un campionato, la Liga del 28-29, sia come giocatore (una presenza) che come arbitro.

Mentre i gudari, i soldati del neo-costituito esercito basco, combattono strenuamente una battaglia senza speranza contro le meglio equipaggiate truppe di Franco, comprendenti anche “legionari” della Germania nazista e dell’Italia fascista, la selezione basca raccoglie fondi in giro per l’Europa, da Parigi a Praga, da Mosca a Tbilisi fino a Oslo e Copenhagen. Vengono giocate 20 amichevoli, e nel frattempo si pianifica la trasferta in America Latina. Tra i pochi a non salpare da Le Havre c’è una delle stelle dell’Euzkadi, Gorostiza. “Vado a Parigi a trovare mio padre”, dice al tecnico Vallana. Invece si precipita a Bilbao per arruolarsi tra le fila della milizia carlista anti-repubblicana, esempio di come non tutti i baschi fossero contrari a Franco (così come non tutto il clero era favorevole, il Real Madrid non era la squadra del Generalísimo e altri luoghi molto comuni ma poco reali).

La selezione basca giunge in Messico dopo uno scalo a New York e un altro all’Avana. Debutta battendo 5-1 il Jalisco State, quindi disputa altre nove amichevoli prima di spostarsi a Cuba. L’idea originaria prevedeva un viaggio in Argentina per una serie di partite di lusso contro Boca Juniors, River Plate, Independiente e altre big del campionato locale. La propaganda negativa proveniente dall’Europa, che descriveva i baschi come un manipolo di estremisti anarchici, provoca però un rapido dietrofront della Federcalcio argentina, su pressioni della FIFA. L’Euzkadi non è più gradita a Buenos Aires e dintorni. I baschi restano quindi a Cuba, affrontando club locali (a volte anche in campi da baseball) ma anche la selezione nazionale, per poi tornare in Messico. Quando la squadra viene iscritta alla Liga Mayor del Distrito Federal, il bilancio del suo tour, durato all’incirca un anno, è di 16 vittorie, 2 pareggi e 2 sconfitte.

A partire dal 1933 in Messico esistono due campionati nazionali, entrambi dilettantistici: la Liga de Jalisco e quella del Distrito Federal. Alla seconda partecipano diversi club fondati da immigrati, come testimoniato dagli stessi nomi: Asturias, España, Germania. L’Euzkadi però è l’unica squadra a rappresentare una nazione intera. Un evento unico nella storia del calcio, il cui finale resta avvolto nel mistero. La Federcalcio messicana assegna il titolo 38-39 del Distrito Federal all’Asturias, forte di 17 punti raccolti in dodici partite, con i baschi secondi classificati a due lunghezze di distanza. La Federcalcio basca, e diverse pubblicazioni sulla storia del calcio nei Paesi Baschi, parlano invece di successo dell’Euzkadi, con 27 punti conquistati in diciassette partite. Una discordanza completa: sul numero degli incontri disputati, sul rapporto reti segnate e subite dalla nazionale “in esilio” (44-33 secondo i messicani, 65-37 per i baschi) e, buon ultimo, sul risultato finale. Inutili si sono rivelate le mail di richiesta di spiegazioni alla rispettive Federazioni: silenzio dal Messico, poche certezze dai Paesi Baschi, che hanno citato entrambe le versioni sottolineando però come i loro archivi ufficiali partano solo dal 1988.

L’Euzkadi si dissolve nel 1939, una volta terminata la guerra civile in Spagna con la vittoria di Franco. I giocatori ricevono 10mila pesetas a testa, poi ognuno per la propria strada. Molti non rientrano in patria. Tra questi Blasco, che resta in Messico e vince – questa volta senza alcun dubbio di sorta - il campionato 1939-40 con il Real Club España. Il tecnico Vallana invece sceglie l’Uruguay, non senza polemiche per aver abbandonato la nazionale basca due mesi prima dello scioglimento. Troverà un impiego come cronista sportivo e arbitro. La nazionale basca si riforma nell’agosto del 1979, scendendo in campo a Bilbao contro l’Irlanda. Il suo ultimo incontro è datato 25 maggio 2011, 2-1 all’Estonia a Tallin.

(ha collaborato Simone Bertelegni)

Fonte: Guerin Sportivo

Sunday, December 4, 2011

L'Eintracht Francoforte e il nazismo

Negli anni Trenta la J. & C. A. Schneider di Francoforte era la più grande produttrice di scarpe e pantofole al mondo. Tra la manodopera impiegata dall’azienda c’era anche una dozzina di persone che preferivano giocare a pallone piuttosto che andare a lavorare in fabbrica. Ma al titolare Walter Neumann andava bene così. Del resto si era occupato personalmente della loro assunzione. In realtà Neumann era il principale finanziatore di uno dei club cittadini, l’Eintracht Francoforte, e non potendo pagare direttamente i giocatori, li assumeva fittiziamente nella propria ditta. Questo uomo d’affari di origini ebree coltivava un sogno: condurre l’Eintracht Francoforte sul tetto della Germania calcistica. Il 12 giugno 1932, otto anni dopo l’inizio del legame tra Neumann e il club, il momento sembra arrivato. L’Eintracht si trova di fronte il Bayern Monaco nella finale del campionato tedesco, all’epoca strutturato in divisioni a base regionale e con play-off tra i rispettivi vincitori per il titolo di campione nazionale. I bavaresi però sono più forti e si impongono 2-0, senza per questo impedire ai giocatori dell’Eintracht di rientrare a casa tra gli applausi dei propri tifosi per l’ottima stagione disputata. Lo stesso Neumann può consolarsi; la squadra, composta da alcuni ottimi elementi quali l’attaccante Hugo Mantel e il centrocampista Rudi Gramlich, ha tutte le carte in regola per riprovarci l’anno successivo. Non aveva però fatto i conti con l’uomo nuovo della politica tedesca: Adolf Hitler.

Per una società gestita e finanziata da ebrei come l’Eintracht Francoforte, l’ascesa al potere del NSDAP (il partito nazista), favorita dalla catastrofica condizione economica nella Germania della Repubblica di Weimar, configura il peggiore degli scenari possibili. Il 30 gennaio 1933 il presidente Paul von Hindenburg nomina Hitler Cancelliere della Germania. A luglio il paese è già un regime monopartitico e, riguardo agli ebrei, dalla propaganda antisemita si passa alle persecuzioni vere e proprie. Il processo di “nazificazione” investe tutti i settori della società, sport compreso. Non sono più ammessi ebrei nelle società calcistiche, né in campo, tanto meno tra i quadri dirigenziali.

La ristrutturazione del calcio incontra inizialmente delle resistenze. Eccezion fatta per tre club, Stoccarda, Monaco 1860 e Werder Brema, le cui dirigenze fin da subito si mostrano particolarmente zelanti nell’applicare le nuove direttive razziste, le società tedesche applicano una sorta di resistenza passiva, con piccoli ma simbolici gesti di ribellione. Come quello dei giocatori del Bayern Monaco, che nel corso di un amichevole in Svizzera contro il Servette rendono pubblico omaggio al loro ex-presidente Kurt Landauer, rimosso dalla carica perché ebreo. Anche l’Eintracht gioca un piccolo scherzo ai nazisti attraverso Julius Lehmann. Il difensore, nonostante la discendenza ebrea, rimane in squadra fino al 1937 perché nessuno si accorge delle sue origini. Da un lato lo aiuta il possedere le tipiche fattezze ariane – occhi azzurri e capelli biondi; dall’altro il presidente Egon Graf von Beroldigen, capace di custodire il segreto fino alla propria morte, avvenuta a inizio del 1934, e di farlo così bene che nemmeno il suo successore Hans Söhngen arriverà mai a sospettare alcunché, nonostante sia una dei capi partito del NSDAP nonché un comandante delle SA. Lehmann verrà scoperto solamente per un errore del fratello Max, pizzicato nel 1937 in possesso di un piano di fuga dalla Germania. Immediatamente espulso dalla squadra, il giocatore non sopravvivrà al campo di concentramento di Majdanek, nella Polonia Orientale.

La politica di “arianizzazione” dello sport toglie all’Eintracht la propria fonte di sostentamento principale. Nel 1934 Neumann è costretto a vendere la sua ditta, prossima al collasso finanziario. Il bilancio in rosso è la logica conseguenza di una legge del Reich che impedisce ai tedeschi di acquistare beni da aziende gestite da ebrei. L’uomo d’affari trova rifugio ad Amsterdam. Sceglie invece l’Italia il tesoriere Hugo Reiss, almeno fino a quando non vengono promulgate le famigerate leggi a difesa della razza, costringendolo ad emigrare in Sud America. Le loro tracce vengono cancellate da tutti i documenti ufficiali del club, tanto che una pubblicazione del 1939 dedicata al 40° anniversario dell’Eintracht cita la J. & C. A. Schneider esclusivamente come riuscito esempio di azienda “arianizzata”. Eppure l’Eintracht che si laurea campione della propria Gauliga (così erano state ribattezzate le divisioni regionali dai nazisti) nella stagione 37-38, dopo essere arrivato secondo l’anno prima, deve moltissimo all’operato della coppia Neumann-Reiss, che a partire dalla metà degli anni Venti aveva gettato le basi per la costruzione di quella che era diventata una delle migliori squadre del calcio tedesco. Ne sono un esempio i citati Mantel e Gramlich, due tra i migliori calciatori tedeschi dell’epoca. Stesso talento, destini opposti.

Mantel, 200 partite con l’Eintracht, 5 presenze in nazionale, un tentativo fallito di giocare in Italia (nel 1934 si era trasferito all’Ambrosiana-Inter, ma non ottenne il permesso di scendere in campo in quanto straniero), perde la vita al fronte in Russia nel 1942. Gramlich invece si salva dalla furia della guerra, non senza qualche ombra mai del tutto dissipata. Centrocampista elegante soprannominato “il gentiluomo con la palla” per la squisita tecnica con la quale accarezzava il pallone, Gramlich aveva partecipato ai Mondiali italiani del 1934 e – da capitano – alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Due anni dopo, quando il terribile presidente dell’Eintracht Söhngen era caduto in disgrazia presso il partito a causa di una relazione omosessuale, Gramlich aveva preso il suo posto. Sotto la sua direzione viene pubblicato il famigerato libro celebrativo “depurato” dai nomi ebrei, e l’appartenenza alle SS gli consente di mantenere la carica fino alla caduta del Reich. L’Eintracht a conduzione nazista muore simbolicamente il 4 ottobre 1943, giorno in cui iniziano su Francoforte i bombardamenti che distruggeranno il 70% della città, tra cui il Riederwald stadion. Ma quando il club ricomincia la propria attività nella Germania liberata (la richiesta viene inoltrata agli americani da Emanuel Rothschild, ebreo scampato al campo di sterminio di Dachau e da sempre tifoso dell’Eintracht), Gramlich ricompare sulla scena. Nel processo a suo carico si discolpa definendosi soggetto passivo all’interno della macchina nazista, nonché membro delle SS solamente in qualità di semplice insegnante di ginnastica. La tesi del mero esecutore di ordini perché “non si poteva fare altrimenti” viene accolta. Il 19 luglio 1948 Gramlich viene ufficialmente reintegrato nei ranghi dell’Eintracht Francoforte. Sette anni dopo diventa presidente. Sotto la sua gestione il club scriverà la pagina più importante della sua storia, vincendo nel 1959 il suo primo – e finora unico – titolo nazionale, e raggiungendo l’anno seguente la finale di Coppa dei Campioni, persa 7-3 contro il Real Madrid in una delle partite di calcio più belle di sempre.

Fonte: Guierin Sportivo

Saturday, September 3, 2011

Il mago nell'oblio

La rivoluzione industriale aveva trasformato la regione della Ruhr da dimessa area rurale in importante centro economico, grazie alla grande capacità produttiva di carbone e acciaio. In pochi decenni l’intero territorio era stato oggetto di una vasta ondata migratoria. I lavoratori arrivavano dalla Francia, dal Belgio e da svariate parti della Germania (Prussia Orientale, Polonia, Slesia). Questo crogiuolo di nazionalità trovò il proprio punto di incontro nella fondazione, nel 1904, del Westfalia Schalke. Nasceva una squadra di minatori in un ambiente, quello calcistico, capitanato da borghesi e membri dell’alta società, i quali fecero di tutto per tardare il più possibile l’ingresso del nuovo club nei campionati regionali gestiti dal DFB (Deutscher Fußball Bund, Federazione Calcio Tedesca). Il Westfalia Schalke, in seguito ribattezzato Schalke 04, divenne così l’espressione calcistica una classe sociale della città di Gelsenkirchen. Un’autentica famiglia allargata, tanto che negli anni Trenta la squadra era un coacervo di fratelli, cognati e cugini di vario grado.



A cavallo tra il 1934 e il 1942 lo Schalke 04 conquista sette titoli nazionali e una Coppa di Germania. L’eroe dei Köningsblauen non può che essere un minatore figlio di minatori, la cui abilità con il pallone rappresentava per lui l’unica via di fuga dalla durissima vita in miniera. Il suo nome è Fritz Szepan, ma tutti lo conoscono come il mago di Gelsenkirchen. E’ lui la stella di una squadra che sconvolge i canoni calcistici dell’epoca, improntati sulla fisicità e sul principio del “palla lunga e pedalare”. Lo Schalke 04 propone “der Kresiel” (la trottola), appellativo dato dai giornali dell’epoca a uno stile di gioco dinamico e imprevedibile che prevede una prolungata fase di possesso palla, una fitta ragnatela di passaggi corti e rasoterra, e tanto movimento alla ricerca continua di nuovi spazi. Fulcro del gioco sono le invenzioni di Szepan, attaccante che crea, ricama e finalizza.



Gelsenkirchen festeggia il primo titolo nazionale nel 1934 quando lo Schalke, sconfitto in finale l’anno prima dal Fortuna Düsseldorf, si impone 2-1 in rimonta sul più blasonato Norimberga. Szepan sigla il pareggio e avvia l’azione che porterà il cognato Ernst Kuzorra, in campo nonostante un’ernia, a segnare la rete che decide l’incontro prima di stramazzare al suolo privo di sensi. Un anno dopo arriva il secondo successo (6-4 allo Stoccarda), mentre nel 1937 lo Schalke 04 è la prima squadra a centrare la doppietta campionato (2-0 al Norimberga) e Coppa di Germania (2-1 al Fortuna Düsseldorf). Poi, tra il 1939 e il 1942, arrivano altri tre titoli nazionali. Nel mezzo, undici vittorie consecutive nella Gauliga Westfalen, la nuova divisione regionale voluta dai nazisti. Gau era infatti un termine in tedesco arcaico che significava “regione”, e aveva una spiccata connotazione tribale che tanto piaceva ai membri del partito nazionalsocialista.



Il 20 ottobre del 1929 l’allora 22enne Fritz Szepan diventa il primo giocatore dello Schalke 04 a vestire la maglia della nazionale. L’inarrivabile giocoliere del club di Gelsenkirchen però si vedrà solamente a sprazzi in nazionale. Questione di feeling, tanto con l’allenatore Otto Nerz quanto con i compagni; tra questi spicca il bomber dell’epoca Richard Hoffmann, che non gradisce la presenza di un “proletario ribelle” nella selezione. Al termine di un 4-2 rifilato alla Danimarca, con tripletta del nostro, Szepan diserta il banchetto post-partita e imbocca la direzione di Gelsenkirchen. “Torno a casa dai miei veri compagni di squadra”, sbotta il giocatore.



Nerz lo perdona, perché per quanto detesti il gioco dello Schalke, ritenuto anarchico e inconcludente, è consapevole che uno con il talento di Szepan non può rimanere fuori dall’undici titolare. Ai Mondiali italiani del 1934 il tecnico decide di applicare il WM creato da Herbert Chapman. “Se questo significa che la squadra giocherà tutta all’indietro con solo tre attaccanti”, ribatte Szepan, “non è la mie idea di calcio”. Nerz gli assicura che il suo sarà un sistema “moderno, flessibile e con uno stopper come novità”, omettendo però che il nuovo ruolo è destinato proprio a lui. Pur perplesso, Szepan accetta, tornando attaccante interno sinistro solamente nella finale per il terzo posto.



Un anno dopo la figuraccia alle Olimpiadi di Berlino, alla quale Szepan non parteciperà perché squalificato, la Germania batte 8-0 la Danimarca. Nasce il mito del Breslau Elf, ovvero una compagine considerata da storici del calcio tedesco come la miglior Germania di sempre dopo quella mondiale del 1954 e quella campione d’Europa del 1972. Una squadra che ha in Szepan il proprio capitano, nonché l’elemento più talentuoso. Eppure nel 1938 arriva una deludente prestazione al Mondiale francese. La causa si chiama Anschluss, ovvero l’annessione dell’Austria alla Germania proclamata da Hitler il 12 marzo 1938. La nuova Germania dovrebbe essere la fusione tra i migliori elementi del Wunderteam di Hugo Meisl con quelli del Breslau Elf. Lo squadrone però rimane solo sulla carta; nessuno aveva considerato il fattore disgregante generato dall’odio reciproco tra tedeschi e austriaci. Un episodio su tutti: al termine di uno dei primi allenamenti in comune Josef Stroh, ennesimo formidabile artista della scuola di Vienna, inizia a palleggiare con varie parti del corpo, tra il tripudio degli austriaci. Terminato il numero i tedeschi chiamano il loro mago, Szepan, che ripete per filo e per segno tutti i palleggi del collega, chiudendo la performance con un tiro che si stampa sul muro pochi centimetri sopra la testa di un ammutolito Stroh. “Stronzi”, mormora Szepan mentre riceve gli applausi dei suoi “compagni”.



La carriera di Fritz Szepan si conclude del 1947, anno della ripresa dei campionati regionali in Germania. Durante la guerra aveva prestato servizio militare in una base aerea di Gelsenkirchen. Il 18 maggio il Borussia Dortmund batte 3-2 i Köningsblauen nella finale del campionato di Westfalia ponendo fino a un dominio regionale che durava da ben 21 anni. L’ormai 40enne Szepan appende le scarpe al chiodo a fine stagione; ricoprirà vari incarichi dirigenziali all’interno del club di Gelsenkirchen, diventandone anche presidente in due occasioni. L’ultima magia la regala però da allenatore, portando nel 1955 il Rot-Weiss Essen alla conquista del suo primo e unico titolo nazionale.



Tuttavia resta un dubbio; attorno alla Veltins Arena diverse strade sono intitolate ai miti dello Schalke 04. Il nome di Szepan però non compare. Il motivo è spiegato dal numero 6.416.068, ovvero il codice della tessera del NSDAP, il partito nazista, consegnata al giocatore il primo maggio del 1937. Attraverso tale tessera Szepan era diventato proprietario del negozio Julius Rode & Co., espropriato a una famiglia di ebrei nel corso della politica di “Arisierung” (arianizzazione) voluta da Hitler. Le verità nascoste affiorate nel dopoguerra inducono la Jewish Trust Corporation a fargli causa. Il mago di Gelsenkirchen finisce nell’oblio.



Fonte: Guerin Sportivo

Friday, July 8, 2011

Il fantasma di White Heart Lane

Prima di Roy Makaay, un altro “Fantasma” si aggirava sui campi d’Europa. Accadeva nei primi anni Sessanta, quando John White e il suo Tottenham Hotspur dettavano legge in patria, riuscendo anche a mettere in bacheca un trofeo internazionale di prestigio. White era ribattezzato “The Ghost” perché in campo correva talmente tanto da sembrare in grado di “materializzarsi” sempre nei pressi del compagno in possesso del pallone per ricevere il passaggio. Un giocatore che ragionava in termini di spazio ben prima che Johan Cruijff, il suo Ajax e la sua Olanda mettessero questo concetto alla base di una delle ultime grandi rivoluzioni nel mondo del calcio. Avrebbe potuto diventare un grandissimo, John White da Musselburgh, paese a una manciata di chilometri a est di Edimburgo. Lo ha tradito un destino crudele e la passione viscerale per una delle più innocue discipline sportive conosciute: il golf.

Non promettono niente di buono i nembi color grigio scuro che la mattina del 21 luglio 1964 si profilano all’orizzonte sui campi da gioco del golf club di Crews Hill, Enfield, sobborgo metropolitano a nord di Londra. Pioverà cani e gatti, così dicono gli inglesi quando si aspettano acqua a catinelle. White però non ha voglia di rientrare subito. Ancora un tiro, dice. Vuole completare la buca. Magari sarà un birdie, oppure addirittura un eagle, o forse dovrà accontentarsi del par; nessuno lo saprà mai, perché inizia a diluviare. White tenta di trovare un riparo sotto un albero, ma viene colpito da un fulmine. Muore sul colpo. Ha 27 anni, lascia una moglie – Sandra, figlia dell’allenatore in seconda degli Spurs Harry Evans – e due figli piccoli. In realtà il numero corretto dei suoi bambini è tre, ma dell’esistenza di Stephen Roughead-White, concepito da John nel cui periodo in cui prestava servizio militare a Berwick nel KOSB (King's Own Scottish Borderers, divisione di fanteria dell’esercito britannico, sezione scozzese), si verrà a sapere solo quarant’anni dopo.

White viene acquistato dal Tottenham nell’estate del 1959 per 22mila sterline, nonostante il manager degli Spurs Bill Nicholson non fosse rimasto particolarmente impressionato dal ragazzo quando lo vide all’opera nel Falkirk. “Troppo magro, non reggerà a lungo i ritmi e la fisicità del nostro campionato”. Lo convincono Dave Mackay, compagno di squadra del ragazzo in nazionale, e la notizia che durante il periodo nel KOSB White era uno dei più forti corridori di corsa campestre di tutto il paese. In poco più di dodici mesi uno dei talenti più promettenti del calcio britannico passa così dalla seconda divisione scozzese, nella quale aveva vestito per tre anni la maglia a strisce giallo-nere dell’Alloa Athletics, alla First Division inglese. A Londra White trova un Tottenham reduce da un disastroso piazzamento al 18esimo posto (il campionato era a 22 squadre) dopo aver perso nel corso della stagione il tecnico Jimmy Anderson per problemi di salute. Lo aveva sostituito Nicholson, che dopo aver debuttato con un roboante 10-4 ai danni dell’Everton non era riuscito a mantenere elevato il livello di prestazioni della squadra, rapidamente eclissatasi nella mediocrità. Un inizio davvero poco memorabile per colui che sarebbe diventato uno degli allenatori più longevi e vincenti di sempre nella storia degli Spurs.

Oggi White sarebbe definito un calciatore totale, di quelli che riescono ad offrire un rendimento elevato in qualsiasi posizione del campo vengono schierati. Lui inizia come interno sinistro di centrocampo, poi passa all’ala destra per terminare, nella stagione del double campionato-FA Cup, interno destro. Da lì non si sposta più. Lo scozzese garantisce corsa, dinamismo, visione di gioco, creatività, profondità e un’ottima capacità di calcio con entrambi i piedi. La sua stagione d’esordio si chiude con un bottino di 28 presenze e 5 reti, unito alla soddisfazione di far parte dell’undici titolare che nel replay del quarto turno di FA Cup travolge 13-2 il Crewe Alexandra, stabilendo il primato (tutt’oggi imbattuto) della più larga vittoria di sempre degli Spurs. L’anno successivo è già tempo di double: il campionato viene vinto con 8 punti di vantaggio sullo Sheffield Wednesday, mentre nella finale di FA Cup gli Spurs, pur favoriti, devono sudare parecchio per piegare il Leicester City di Gordon Banks, rimasto oltretutto in dieci dalla metà del primo tempo per l’infortunio di Len Chalmers (all’epoca non erano consentite sostituzioni). Terzo club a centrare la doppietta dopo Preston North End (1889) e Aston Villa (1897), il Tottenham è la squadra dello scozzese Dave Mackay, polmoni d’acciaio e grinta da vendere; del nordirlandese Danny Blanchflower, capitano della squadra, fonte primaria del gioco degli Spurs, mirabile dispensatore di assist e giocate di classe; dell’ariete Bobby Smith, 176 reti con i londinesi; e ovviamente di John “The Ghost” White, l’uomo-ovunque.

Nicholson rinforza ulteriormente la squadra nella stagione successiva con l’acquisto dal Milan di Jimmy Greaves, ex bomber del Chelsea che a Milano aveva impiegato poche settimane per pentirsi di aver lasciato Londra. Oltretutto il feeling con il tecnico Nereo Rocco, ma anche con al dirigenza rossonera, non decollava, e pertanto alla prima occasione il bomber fa le valigie e torna a casa. Nicholson versa nelle casse del Milan 99.999 sterline perché non vuole che “Greaves senta la pressione di essere un giocatore da 100mila sterline”. Il bis però arriva solo in FA Cup (3-1 al Burnley in finale), mentre in campionato è l’Ipswich Town di Alf Ramsey ad aggiudicarsi la volata finale. Una delusione per gli Spurs che si somma a quella dell’eliminazione in semifinale di Coppa dei Campioni contro il Benefica: i lusitani vincono 3-1 a Lisbona e passano in vantaggio anche a White Heart Lane, salvo poi subire il furioso ritorno dei padroni di casa. A pochi minuti dalla fine però i sogni del Tottenham di andare al replay si infrangono sulla traversa colpita da Mackay. Finisce 2-1. White e compagni devono però attendere poco più di dodici mesi per diventare la prima squadra inglese a vincere in Europea. Il 15 maggio 1963 al De Kuip di Rotterdam gli Spurs travolgono 5-1 l’Atletico Madrid nella finale di Coppa delle Coppe. La rete del raddoppio la firma White, con un sinistro chirurgico che passa attraverso una selva di gambe prima di insaccarsi in rete.

“White era un grande talento”, ricorda il compagno di squadra Cliff Jones. “Potrei paragonarlo a Glenn Hoddle, con la differenza che John non aveva giornate storte nelle quali non riusciva a entrare in partita. La sua filosofia era semplice: se non hai la palla, mettiti nel posto giusto per riceverla. E andava proprio così: ogni volta che alzavi la testa, vedevi John White pronto a dettare il passaggio”. Nel corso della sua carriera con gli Spurs, White ha totalizzato 183 presenze e 40 reti in campionato, più 17 (con 6 gol) nelle coppe europee. Con lui la squadra ha centrato due terzi posti, un primo, un secondo e un quarto. Poi è arrivato quell’incidente tanto assurdo quanto inaspettato…

Fonte: Guerin Sportivo

Wednesday, June 15, 2011

Operazione lampo

La sera del 5 marzo 1983 Lutz Eigendorf, stella un po’ appannata dell’Eintracht Braunschweig, lascia il ristorante Cockipt, sale in macchina e si avvia verso casa lungo la Braunschweiger Forststrasse. In prossimità di una curva a gomito la sua Alfa Romeo sbanda, Eigendorf perde il controllo del veicolo e si schianta contro un albero sul lato opposto della strada. Sono le 23:08. L’impatto è violentissimo. Dalle lamiere viene estratto il corpo del giocatore privo di conoscenza. Gli viene rilevato un tasso alcolico nel sangue pari a 0.22. Un livello altissimo, equivalente a tre litri e mezzo di birra. Lutz Eigendorf muore due giorni dopo in ospedale a causa delle gravi lesioni riportate alla testa. Ha 26 anni. La polizia locale non ha dubbi: incidente causato da guida in stato di ebbrezza. Caso chiuso.

Per la stampa Eigendorf è il Beckenbauer della Germania Est. Un centrocampista difensivo di grande eleganza, ottimo nella lettura delle situazioni di gioco e altrettanto abile nel far ripartire l’azione con lanci millimetrici. Fin dalla tenera età, il giocatore viene considerato uno dei fiori all’occhiello del calcio della DDR. Entra nei ranghi della Dinamo Berlino a 14 anni, debutta in prima squadra a 18, veste per la prima volta la maglia della nazionale a 22, presentandosi con una doppietta alla Bulgaria. La Dinamo Berlino è la squadra del capo della Stasi (il Ministero per la Sicurezza di Stato) Erich Mielke. Sul finire degli anni Settanta, nella Oberliga tutte le strade portano a Berlino. Per la squadra della capitale ci sono i migliori giocatori e gli arbitri più compiacenti. I dieci titoli nazionali consecutivi messi in bacheca dalla Dinamo trasformano il tutto in una farsa, dalla quale però Eigendorf si premura di fuggire immediatamente.

Il 20 marzo 1979 la Dinamo Berlino è attesa in Germania Ovest per un’amichevole contro il Kaiserslautern. Per il club si tratta della prima trasferta in un paese non appartenente all’area sovietica. Ai giocatori è proibito qualsiasi contatto con l’esterno. L’incontro termina 4-1 per i tedeschi dell’ovest. Nella notte Eigendorf scende per un drink nella hall dell’Hotel Savoy, dove era alloggiata la squadra. L’unica persona che incontra è l’accompagnatore degli arbitri. La loro chiacchierata dura più di tre ore, e quando Eigendorf decide di rientrare il camera, l’uomo gli allunga il proprio biglietto da visita. La mattina seguente il bus della squadra riparte per Berlino. Viene fatta una tappa a Giessen per permettere ai giocatori di spendere la valuta straniera accumulata, magari acquistando un paio di Wrangler o un cd dei Rolling Stones. Eigendorf si allontana con un paio di compagni, quindi sale su un taxi, si sdraia sul retro e porge al conducente il biglietto da visita dell’accompagnatore degli arbitri incontrato la sera prima. E’ l’unica persona che conosce in tutta la Germania Ovest.

Eigendorf non è il primo giocatore della DDR a fuggire a ovest. Nel suo caso però lo smacco per il regime, e specialmente per Mielke, è ancora più grande. Lui, uno dei più fulgidi talenti della Germania Est, è riuscito a scappare mentre si trovava in trasferta con la squadra del capo della Stasi. “Eigendorf non giocherà mai in Bundesliga”, dichiara un Mielke schiumante di rabbia una volta appresa la notizia. Nel giro di pochi giorni vengono predisposte l’Operazione Rosa e l’Operazione Traditore. La prima riguarda la moglie di Eigendorf, Gabriele, pedinata e spiata ventiquattrore al giorno per timore di una possibile fuga. La seconda si concentra invece sui genitori del calciatore. Vengono interrogati amici, vicini, colleghi, persino il medico di famiglia. I telefoni sono sotto controllo, tutta la corrispondenza viene aperta e letta dagli uomini della Stasi prima di essere consegnata. Sembra 1984 di George Orwell, con la differenza che la DDR non è fiction.

In Bundesliga Eigendorf non riesce ad avere l’impatto che le sue qualità facevano supporre, anche a causa di numerosi problemi fisici. Dopo aver scontato una squalifica di un anno comminatagli dalla FIFA per aver non aver rispettato il proprio contratto con la Dinamo Berlino, Eigendorf gioca due stagioni con il Kaiserlsautern prima di passare, per 400mila marchi, all’Eintracht Braunschweig. Non rifiuta mai un’intervista, e non ha paura a dire ciò che pensa della Germania Est. Altri fuggitivi, tra cui l’allenatore Jörg Berger, gli consigliano di mantenere un profilo più basso “perché Mielke è un uomo molto pericoloso”. Eigendorf per contro il 21 febbraio 1983 si fa riprendere di fronte al Muro di Berlino nel corso del programma “Kontraste” mandato in onda dall’emittente ARD. Due settimane dopo, ecco l’incidente fatale.

La caduta del Muro e la riunificazione della Germania, con conseguente accesso agli archivi della Stasi, riaprono il caso Eigendorf. Della vicenda si occupa il giornalista d’inchiesta Heribert Schwan attraverso un certosino lavoro di assemblaggio di centinaia di documenti. Nello sterminato archivio dello Stasi, che in quarant’anni di vita aveva prodotto l’equivalente di tutti i documenti della storia tedesca a partire dal Medioevo, non esiste un dossier Eigendorf. “Ma sarebbe meglio dire”, afferma Schwan, “non esiste più, perché è stato distrutto. Tuttavia il nome di questo sfortunato giocatore è presente in numerosi documenti collaterali, se così vogliamo chiamarli”.

In Germania Ovest Eigendorf è stato spiato da una cinquantina di agenti segreti della Stasi. Uno di questi, l’ex pugile Karl-Heinz Felgner, era uno dei suoi migliori amici a Braunschweig. I suoi rapporti sono dettagliatissimi: amicizie, telefonate, locali frequentati, spostamenti, numeri di caffè bevuti quotidianamente, marca di latte preferita. Nel frattempo in Germania Est Gabriele Eigendorf aveva chiesto, e ottenuto, il divorzio dopo soli tre mesi dalla fuga del consorte, per poi sposarsi con l’amico d’infanzia Peter Homman. L’uomo in realtà era un agente della Stasi, nome in codice “Lothario”, in missione allo scopo di far breccia nel cuore di Gabriele per indurla a tagliare definitivamente i ponti con il “traditore”. La coppia regalerà un fratellino a Sandy, la figlia di Lutz e Gabriele.

In un documento di 32 pagine dedicato alla sezione XII, un commando segreto interno alla Stasi che agiva da autentico squadrone della morte, compare il nome di Eigendorf in una lista contenente alcuni nemici pubblici del regime. Accanto a esso c’è una scritta: “narcotico”. Poco sotto viene citato il sistema “lampo”, una tecnica sovente utilizzata dalla Stasi per eliminare persone scomode senza lasciare traccia. Il sistema “lampo” consiste nel posizionare un auto ai bordi della strada, nascondendola nel buio in prossimità di un una curva pericolosa, e quindi di accendere improvvisamente gli abbaglianti una volta sopraggiunta l’auto-bersaglio, nel tentativo di accecare il conducente. Schwan è pertanto giunto alla conclusione che Lutz Eigendorf sia stato prima drogato con una neurotossina, quindi minacciato, fatto fuggire in auto e infine abbagliato sulla Braunschweiger Forststrasse. In tempi recenti è stata chiesta la riesumazione del corpo per trovare eventuali tracce di avvelenamento. Una procedura complicata e soprattutto lenta. Ma l’omicidio, come ricordato dal pubblico ministero di Berlino, è un reato non soggetto a prescrizione.

Fonte: Guerin Sportivo

Sunday, April 24, 2011

Gangster Storey

Questa non è una storia per anime candide. Peter Storey sembra schizzato fuori da un film di Guy Ritchie, l’ex mister Madonna per la stampa rosa, il Quentin Tarantino inglese per quella cinematografica. Rubano pietre e spaccano ossa, era questo il sottotitolo di Snatch – lo strappo, la seconda opera di Ritchie. Un dipinto delle molteplici sfaccettature della criminalità londinese, innaffiato da robuste dosi di ironia. Quella che manca al racconto di Peter Storey, calciatore dalla fedina penale più lunga dei trofei vinti in carriera. Una vita intensa, senza regole, spesso spinta oltre il limite. E così l’uomo da 501 caps con la maglia dell’Arsenal, ai quali ne vanno aggiunti 19 con quella della nazionale inglese, si è ritrovato con 25 mesi della propria vita trascorsi dietro le sbarre. “Da calciatore avevo molti più soldi che cervello”, racconta Storey. “Il resto è venuto da sé”.

Il pugno lo colpisce in piena faccia e Peter Storey stramazza al suolo. “Benvenuto a Leeds”, gli sibila lo scozzese Jim Storrie, un suo quasi omonimo. L’arbitro si trova lontano e non vede niente. Storey non può far altro che rialzarsi e riprendere a giocare, ignorando il bernoccolo spuntatogli nel frattempo sopra l’occhio destro. E’ il novembre del 1965 e questo atletico 20enne originario di Farnham ha appena mosso i primi passi nel mondo del professionismo inglese. In realtà il ragazzo militava nell’Arsenal già da cinque anni, ovvero da quando ad Aldershot, nella casa dei propri genitori, aveva sottoscritto davanti ad una tazza di tè fumante il suo primo contratto con i Gunners. Nel 1962 era diventato full-pro, dovendo però attendere fino al 30 ottobre di tre anni dopo per fare il suo esordio in First Division, in una trasferta sul campo del Leicester City. Storey era piaciuto fin da subito a Billy Wright, l’allenatore dell’Arsenal all’epoca. Fisico roccioso, scorza rude, nessun timore riverenziale e un tackle che non si dimentica. Al suo esordio viene schierato terzino sinistro; il suo diretto avversario, l’ala Jackie Sinclair, esce dal campo pieno di dolori.

Non è un calcio per signorine quello giocato nella massima divisione inglese a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Ci sono Norman Hunter e Billy Bremner del Leeds, Nobby Stiles del Manchester United, Tommy Smith del Liverpool e Ron “Chopper” Harris del Chelsea. Autentiche macchine da guerra in calzoncini corti. In casa Arsenal il lavoro sporco tocca a Storey, che nel 1968 viene reinventato mediano da una felice intuizione di Don Howe. Il suo compito è semplice: spezzare sul nascere le azioni degli avversari. “Sai ciò che devi fare” è l’indicazione “tattica” che riceve all’inizio di ogni partita. “Gente come me oggi non resterebbe in campo più di cinque minuti. Ai miei tempi era diverso: non c’erano telecamere e gli arbitri erano ancora dei semi-professionisti. Il tackle era la mia arma migliore, ma sapevo arrangiarmi anche in altro modo: spinte, ginocchiate, body check. Però non ho mai spezzato una gamba a nessuno, anche se almeno a George Best avrei tanto desiderato farlo. Era un fenomeno, assolutamente imprendibile. Mi faceva uscire di senno”.

Storey tocca il cielo con un dito nel 1971, quando nel giro di pochi mesi vince campionato e FA Cup, debuttando anche in nazionale contro la Grecia in un incontro di qualificazione agli Europei. La finale di Coppa d’Inghilterra, vinta dall’Arsenal 2-1 contro il Liverpool, lo vede fuori dai giochi a causa di un infortunio alla caviglia, ma se i Gunners erano arrivati fin lì lo dovevano proprio al loro mastino, autore di una doppietta nella semifinale contro lo Stoke City che aveva permesso ai londinesi, sotto di due reti, di potersi rigiocare il match al replay. In campionato è invece uno dei protagonisti della battaglia di Leeds, nella quale la capolista Arsenal cede di misura ai padroni di casa – secondi in classifica - con Storey rimasto in campo nonostante un pedata in faccia di Bremner in mischia gli avesse aperto la guancia. La sconfitta risulta però ininfluente, e una settimana dopo i Gunners festeggiano il titolo. Storey che esce sanguinante da Elland Road rappresenta una delle immagini simbolo di quel successo.

Mastino in campo, fuori controllo nella vita privata; ogni fine settimana a casa Storey ci sono festini. “La mia prima moglie? Mi ricordo più dei party e delle infinte bisbocce che di lei”, dice il diretto interessato. Nell’Arsenal campione d’Inghilterra, tanti come lui. L’anno successivo la squadra si è già disgregata. “Accadde tutto dopo la partenza di Howe per il WBA, uno shock per molti di noi. La ciliegina sulla torta fu però l’arrivo di Alan Ball. Teoricamente avrebbe dovuto essere un rinforzo – le sue qualità erano indiscutibili – in pratica spaccò lo spogliatoio. Prendeva uno stipendio molto più alto del nostro. A me la cosa non andava giù, così cominciai ad andare in cerca di qualche guadagno extra-calcistico. Nell’estate del 1975 ho acquistato il pub Jolly Farmers per 5mila sterline. Lo vedevo come una sorta di compensazione”.

Il Jolly Farmers rappresenta la fine del calciatore Peter Storey. Al pallone viene ben presto sostituita l’ennesima pinta di birra, e per tornare a giocare con continuità nell’Arsenal deve attendere fino all’autunno del ’76 quando Bertie Mee, uno dei suoi vecchi mentori, viene sostituito in panchina da Terry Neill. Nel frattempo il business di Storey si espande nel settore dei trasporti; in breve tempo il nostro diviene proprietario di 25 taxi. Il 29 gennaio 1977 gioca la sua ultima partita con l’Arsenal, un match di FA Cup contro il Coventry. L’anno successivo è al Fulham, compagno di squadra dell’odiatissimo George Best. Giocherà 17 partite prima di chiudere bottega. C’è il Jolly Farmers, ci sono gli amici. Due di questi, i fratelli Barry, gli chiedono un prestito: duemila sterline per iniziare un piccolo business, ovvero la produzione di half sovereigns, monetine di vecchio conio molto ricercate dai collezionisti. Storey accetta. Nel settembre del 1978 un uomo conosciuto come Charlie Black gli consegna del metallo e uno stampo “da conservare in un luogo sicuro”. Black è in realtà un infiltrato della polizia, e Storey viene arrestato con l’accusa di essere il finanziatore di una banda di falsificatori.

Per Storey i guai sono appena cominciati. In attesa del processo si trova quasi in bancarotta. L’affitto per sei mesi di un piccolo appartamento a due signorine che si fanno chiamare Camilla e Lulu sembra rappresentare una buona soluzione temporanea, ma la casa di appuntamento viene ben presto scoperta. In più, due dei suoi taxi risultano essere una Mercedes e una BMW rubate tempo prima e rimesse in circolazione con targa nuova e colore diverso. La prigione non può più attendere, la redenzione invece ancora si, dal momento che negli anni Novanta viene nuovamente condannato per importazione illegale di materiale pornografico. Oggi il 65enne Peter Storey vive a Cahors, nel sud della Francia, si è risposato per l’ennesima volta (lei si chiama Daniele ed è una pittrice) ed ha recentemente pubblicato la sua autobiografia True Storey: My Life and Crimes as a Football Hatchet Man. Dell’Arsenal dice che “Wenger ha fatto la storia del club ma per tornare a vincere ha bisogno di un paio di giocatori con gli attributi, come era il sottoscritto”. E riguardo a sé stesso? “Più che un criminale sono stato uno stupido. E non ho mai fatto del male a nessuno, se non a me stesso”.

Fonte: Guerin Sportivo

Sunday, February 13, 2011

La guerra di Spagna

Quando ha lasciato l’Ajax per la Spagna, Johan Cruijff ha scelto il Barcellona rispetto al Real Madrid in quanto “non avrei mai potuto giocare per una squadra associata a Franco”. Quando nel Clàsico de la Verguenza (il Classico della vergogna) dagli spalti del Camp Nou sono piovute sulla testa di Luis Figo bottiglie di whisky, monete e una testa di maiale, l’allora presidente del Barcellona Joan Gaspart ha accusato il portoghese, ex blaugrana passato alle merengues, di essersi incaricato di battere tutti i calci d’angolo allo scopo di provocare i tifosi. Nel suo libro “Camì d’Itaca” edito nel 2006, l’ex difensore del Barcellona Presas Oleguer ha introdotto un paragrafo nel seguente modo: “Quando Carrero Blanco vinse la gara di salto in alto […]”. L’ammiraglio Blanco, braccio destro di Franco lungo tutto il periodo della dittatura, venne fatto esplodere da 100 chili di esplosivo che sbalzarono la sua auto ad oltre 30 metri di altezza.

Tre esempi, ma avrebbero potuto essere un centinaio, di ciò che il giornalista inglese Phil Ball ha definito con il termine di morbo nel suo (fondamentale) libro sulla storia del calcio spagnolo, intitolato appunto “Morbo”. Una parola intraducibile per indicare una rivalità che trascende l’aspetto sportivo affondando le proprie radici nella storia, nella cultura e nei costumi di un paese. In poche parole, Real Madrid contro Barcellona. Castiglia contro Catalogna. Potere centrale contro autonomia locale. Monarchia contro Repubblica. Madrid, ovvero il cuore dello stato, il centro – geografico e simbolico – dell’intera Spagna. Barcellona, la culla di tutte le idee radicali e progressiste prodotte tra ‘800 e ‘900: sindacalismo, federalismo, anarchismo, comunismo.

La guerra civile spagnola (1936-39) e la successiva dittatura del caudillo Francisco Franco (1939-1975) hanno trasformato una sana rivalità di campanile in morbo. La polarizzazione tra le due società, ed i rispettivi tifosi, ha raggiunto un tale punto di non ritorno da rendere estremamente difficile tracciare il confine tra realtà e ipotesi di complotto che sfiorano la paranoia. Secondo l’ottica madridista il Real Madrid è stato più utile a Franco che non viceversa; secondo il barcellonismo i bianchi della capitale non erano altro che una versione ante litteram della Dinamo Berlino, la squadra della Stasi nella Germania Est.

Il regime di Franco non tollerava alcun impulso autonomista. L’utilizzo di lingue quali il basco e il catalano venne proibito. Era vietato registrare i bambini con un nome basco o catalano (proprio in opposizione a tale regola Cruijff chiamò suo figlio Jordi), nonché parlare queste lingue, pena la tortura e la prigione. E’ innegabile che per il Barcellona e la sua gente l’atmosfera non era delle migliori. Diversi episodi legati al Real Madrid rimangono oscuri. Nel 1943 i blancos battono nella semifinale di Copa del Rey il Barcellona 11-1, dopo che l’andata si era conclusa 3-0 per i catalani. Si è parlato di minacce ai giocatori blaugrana da parte del responsabile della sicurezza nazionale nel pre-partita. Nel 1953 il Real si inserisce in maniera poco limpida nella trattativa tra Barcellona e River Plate per l’acquisto di Alfredo Di Stefano, dando vita ad un contenzioso con la società blaugrana che la Federcalcio spagnola risolve con una salomonica, ma poco credibile, decisione: il giocatore giocherà per entrambi i club, un anno a testa. Il Barcellona rifiuta l’accordo, e Di Stefano prende la via di Madrid.

Nel 1969, nel corso di un Clàsico valevole per i quarti di finale della Copa del Generalissimo (così era stata ribattezzata la coppa nazionale durante l’era Franco), l’arbitro Emilio Guruceta fischia un rigore per il Real Madrid nonostante il fallo fosse stato commesso un metro fuori area. Il Barça, sconfitto 2-0 all’andata, stava conducendo 1-0. Il Camp Nou erutta fuoco e fiamme. Diversi blaugrana abbandonano il campo, e solo l’intervento del tecnico Vic Buckingham li convince a rientrare. A due minuti dal termine l’incontro viene sospeso per invasione di campo da parte dei tifosi catalani. La terna arbitrale viene assediata negli spogliatoi prima di uscire dallo stadio sotto scorta. Guruceta verrà sospeso sei giornate per non aver portato a termine la partita. Il Real vincerà la coppa. Per il Barcellona l’episodio rappresenta la prova lampante che gli arbitri sono al soldo di Madrid. La questione si riapre nel 1997, quando il presidente dell’Anderlecht Constant Vanden Stock ammette di aver corrotto Guruceta in un incontro di Coppa Uefa. Riguardo a quel Clàsico però non è mai stata trovata alcuna prova.

Franco in realtà tifava Atletico Aviación (così si chiamava all’epoca l’Atletico Madrid), club molto vicino agli ambienti che si erano sollevati contro la Repubblica di Spagna. La definizione del Real quale “animale domestico della dittatura”, ad opera di Jimmy Burns nell’ultra-fazioso “Barça: a people’s passion”, trova scarso riscontro nelle statistiche. Durante il franchismo il Barcellona ha vinto otto titoli nazionali, con una doppietta campionato-coppa nella stagione 58-59 sotto la guida di Helenio Herrera. Inoltre, nei primi anni Cinquanta, i catalani hanno centrato i seguenti piazzamenti: primo-primo-secondo-secondo-secondo. Tra il 1932 e il 1954 invece il Real Madrid ha messo in bacheca la miseria di tre coppe nazionali. Poi è arrivato un certo Di Stefano, con alle spalle uno squadrone tra i migliori mai visti in Europa. I ripetuti successi in Coppa Campioni hanno indubbiamente aiutato l’immagine di Franco, alle prese negli anni Cinquanta con una Spagna in condizioni economiche disastrose a causa dei mancati aiuti del Piano Marshall. Il regime infatti, pur essendo rimasto neutrale durante la seconda guerra mondiale, non aveva mai nascosto le proprie simpatie per Adolf Hitler e le potenze dell’Asse.

Il Barcellona è stata la prima squadra ad eliminare il Real Madrid dalla Coppa dei Campioni. Dopo aver perso in semifinale nel 1959 (doppio 3-1 per le merengues), i catalani si sono vendicati nell’edizione successiva: 2-2 al Santiago Bernabeu, con l’inglese Arthur Ellis che assegna un rigore al Barça nonostante la bandiera alzata del guardalinee a segnalare il fuorigioco del brasiliano Evaristo, che poi avrebbe subito il fallo; 2-1 al Camp Nou, con un altro inglese, Reg Leaf, capace di annullare quattro reti, tre delle quali al Real. Un dettaglio per il barcellonismo, anzi, l’ulteriore prova che senza arbitri spagnoli il Real Madrid è molto più vulnerabile. Tipico di ogni dietrologia: gli errori in buonafede sono solo quelli a favore della propria squadra.

Talvolta il morbo colpisce la memoria. Tutti a Barcellona ricordano Josep Sunyol, presidente del Barcellona ucciso dalle milizie franchiste durante la guerra civile. Nessuna citazione invece per Antonio Ortega, presidente del Real Madrid sul finire degli anni Trenta, ex colonnello dell’esercito repubblicano, imprigionato durante il regime e inghiottito per sempre nel nulla. Per contro a Madrid tocca leggere pubblicazioni quali Historia del Fútbol Español, prodotta dal magazine destrorso Epoca, dove il Barcellona finalista di Coppa Campioni 1960 viene rinchiuso in un minuscolo box, un piccolo intruso tra pagine e pagine di magniloquenti celebrazioni dei successi madridisti. Quasi non fosse una notizia particolarmente degna di nota per il calcio spagnolo.
No, Real Madrid-Barcellona non è un derby. E’ molto di più.

Fonte: Guerin Sportivo

Tuesday, October 12, 2010

Special Inside Interview: Ex-Holland Star Pierre van Hooijdonk

Over a professional career spanning 18 years, Dutch striker Pierre van Hooijdonk scored 349 goals in 597 games, including internationals. Known for his spectacular free kicks, Van Hooijdonk played in five different countries (Holland, Scotland, England, Portugal and Turkey). The hitman was was the leading scorer in three competitions – the Scottish Premier League in 1996, the Eredivisie in 2002 and the UEFA Cup in the same year. Van Hooijdonk is considered an icon by Feyenoord fans, who dedicated a song to him titled “Put your hands up for Pi-Air” that hit the national charts in 2002. Now the 40-year-old Van Hooijdonk is an ambassador for the Holland-Belgium 2018 World Cup bid and in his free time still plays the game with hometown amateur side VV Steenbergen.
Inside Futbol’s Alec Cordolcini caught up with him in Rotterdam for a chat:

AC: Do you consider winning the UEFA Cup with Feyenoord in 2002 the high point of your career?
PvH: Yes, of course.
AC: That was the last time a Dutch side have lifted a European trophy. In your opinion, what are the reasons for the lack of competitiveness we’ve seen from Dutch sides in Europe in recent seasons?
PvH: The most decisive factor these days is money. The Netherlands have talent and will continue producing the talent. But the bigger clubs in Europe are far more attractive for young players because they have more money and as a result of that they play in the Champions League. For any young Dutch player, the major challenge is to go abroad. If you look at the big national teams that do well in the World Cup, you find that many of the players play for the big European clubs in key positions. Unfortunately, there is no way we can keep them in our country.
AC: Is that all though?
PvH: Well, another factor is the physical side of the game which is sometimes underestimated in the Netherlands. The game has become more and more physical and we should be prepared [for that]. All in all however, I still believe Dutch clubs could occasionally rise and reach the final stages of the Champions League or Europa League.
AC: You won the Super Lig twice with Fenerbahce. Can we compare the level of the Turkish league with the Dutch Eredivisie?
PvH: Not really. To be honest, I think the Turkish league is stronger these days because there is more money available. Just look at the names of the players who have been signed by Turkish clubs recently. Unfortunately, none of the Dutch clubs have that kind of money at the moment.
AC: How was your experience with Fenerbahce?
PvH: In Turkey I had a great time, and I’m not talking just about the football! Istanbul is a modern city that offers a fascinating mixture of western and eastern culture. You can find everything there: shops, restaurants, museums, nice people and a hot climate. I was 33 when I went to Turkey, and I enjoyed my experience in a very different way to when I was in Scotland at 25. A better way, I think.
AC: You also learned Turkish didn’t you?
PvH: Yes, I took lessons when I lived there. For me it has always been very important to be able to communicate with everyone.
AC: Talking about communication, Jose Mourinho is a real master at that, and you worked with him at Benfica. What were your impressions of Mourinho?
PvH: I only worked with Mourinho for a very short time, but I still have a good relationship with him. Despite all the criticism [he has received], he has remained the same person, with the same character, going his own way. He is imperturbable and will follow his own plan. He’s not likely to be distracted by what other people say or write about him.
AC: You were, undisputedly, a free kick master. Is there any player today whose style of kick can be compared with yours?
PvH: Even if I think hard, I cannot find a name in modern football that kicks the ball in a similar way. I think the main reason is that in my time the balls were slightly different and you could hit them in such a way that they went in the goal the way they went. But, I practised a lot to get it right. Modern balls do not allow players to kick the ball in the same way with the same result.
AC: Maybe Robin van Persie learnt some tricks from you. Was he really a hard-to-manage youngster when he took his first steps with Feyenoord?
PvH: Robin has a strong character. From his early days you could see that he was an exceptional talent. He has proved that with Arsenal and the national team. I am really sorry that he was struck down by serious injuries a couple of times.
AC: Once you said, if I remember rightly, ‘Just because a player scores a lot of goals, it doesn’t mean he is a great striker’.
PvH: Yes. A top class striker should, in my opinion, weigh the situation and know how to finish. Strikers who are always hitting the ball as hard as possible can score 20-25 goals in one season, however, you cannot be sure they’ll repeat their performance in the next ones.
AC: From 1997 to 1999 you played in England with Nottingham Forest. Since then, do you think money and foreign owners have deprived the Premier League of a part of its identity?
PvH: No, I don’t think so. The Premier League is still the most popular competition in the world. It has just become more global.
AC: England are supposed to be the Holland-Belgium bid’s toughest opponents. Why, in your opinion, should FIFA choose Holland and Belgium as the 2018 World Cup host countries?
PvH: We are a safe choice to host the FIFA World Cup for several reasons. Firstly, we offer a compact bid, where no-one has to board an airplane after arriving in Belgium or the Netherlands. Fans can go everywhere in just a few hours at the most. Public transport will be free and we will have two million bikes available at railway stations and stadiums to ride around on. Thus, the next match is never far away! We have the experience from hosting Euro 2000 and welcomed hundreds of thousands of fans. Furthermore, we want to show that the World Cup is not exclusively reserved for the larget footballing nations. We want to make clear that smaller nations can do the same thing if they work together with a good spirit.
AC: You are currently working for the KNVB (the Dutch football federation) in the World Coach project. Can you tell us a little about that?
PvH: Sure. Both the Belgian and Holland football associations have some good ideas on how to create a better world with the help of football. I have been travelling as a world coach myself. A world coach is educated to help children from minority groups to improve their football as well as their position in life. A world coach serves as an excellent example for his pupils and we will educate thousands of world coaches all around the planet prior to 2018. Actually, I have just returned from Trinidad and Tobago, where we educated 25 world coaches on a five-day course. They can help local children to get a grip on life through football.
AC: That sounds like a great scheme Pierre, I wish you every success with it. Thanks for taking the time to speak to me today.
PvH: No problem.

Fonte: Inside Futbol

Saturday, September 25, 2010

Il mito di Abe Lenstra

Oggigiorno nel mondo del calcio una biografia non la si nega a nessuno, nemmeno all’Amauri di turno. Più difficile è vedersi intitolare la tribuna di uno stadio o, addirittura, l’impianto stesso. Per non parlare di una strada cittadina, privilegio solitamente riservato a personalità nell’ambito storico, politico, scientifico o culturale di un paese. In Olanda esiste però un calciatore che, oltre a quanto già menzionato, si è visto dedicare anche un fumetto, una linea di abbigliamento e un’opera teatrale. Si chiama Abe Lenstra e nel paese dei tulipani il suo mito è paragonabile a quello di Silvio Piola in Italia. Grandi bomber la cui unica colpa è quella di aver calcato i campi da gioco nell’era pre-televisiva. Eppure l’oblio non è riuscito ad inghiottirli. Questa è la storia del più grande giocatore olandese prima dell’avvento di Johan Cruijff.

Personaggio.
Nato a Bontebok, periferia della cittadina di Heerenveen, il 27 novembre del 1920, Abe Lenstra non può che essere introdotto snocciolando qualche numero: 523 reti in 550 partite con l’Heerenveen, altre 89, in 135 incontri, con l’Sc Enschede, 33 in 47 con la nazionale olandese, un totale di 850 gol segnati in una carriera durata la bellezza di ventisette anni, dal 1936 al 1963. Non ha mai giocato all’estero, non ha mai vinto un solo trofeo, non è mai diventato un calciatore professionista. Ha sempre scelto le radici, la propria terra, quella Frisia che è l’unica provincia olandese in cui il proprio idioma, il Frisone, è riconosciuto come lingua ufficiale del territorio accanto al neerlandese. Un uomo del popolo, Lenstra, un segretario comunale all’ufficio anagrafe con la passione del biliardo, delle sigarette, degli scacchi e delle carte. Oltre ovviamente a quella del gol. Ha scelto di giocare consecutivamente per 21 anni nell’Heerenveen, portando una delle squadre provenienti dalla zona più povera e arretrata dell’intero paese a sfiorare più volte il titolo nazionale. E quando finalmente, a 38 anni con la maglia del SC Enschede, questo sembrò materializzarsi, una rete di Tommy van der Linden nello spareggio a due minuti dai tempi supplementari lo ha regalato al Dos Utrecht. La vittoria è sempre stata un passo più in là. Una tipica storia olandese.

Italia.
“Scrivi la cifra che vuoi”, dissero a Lenstra porgendogli una penna. Ma l’assegno sul tavolo rimase bianco. Erano italiani, venivano da Milano, sponda Inter, dove già giocava un altro olandese, il mago del dribbling Faas Wilkes. Lenstra rifiuta i nerazzurri, così come poco tempo prima aveva respinto al mittente un’offerta di 125mila fiorini proveniente dalla Fiorentina. Segnali di interesse provenivano anche dalla Germania, dal Rot-Weiß Essen, ma anche in quel caso rimasero inascoltati. L’Inghilterra invece, con l’Huddersfield, lo aveva tentato già a 14 anni, ma all’epoca fu papà Lenstra a bloccare il tutto. Il figlio non se ne è mai rammaricato. “Se uno diventa professionista”, diceva Abe, “diventa una proprietà della squadra che lo paga, che di lui può fare ciò che vuole”. Meglio insomma continuare a segnare per hobby.

Fumetto.
Negli anni Cinquanta su alcuni periodici olandesi fece la propria comparsa un fumetto che aveva come protagonista un giovane calciatore dal ciuffo a banana alla Elvis Presley. Fisico prestante, grandi qualità tecniche, giustizia e lealtà sportiva i suoi imprescindibili ideali. Si chiamava Kick Wilstra ed era un personaggio creato dal disegnatore Henk Sprenger, uno dei primi fumettisti in Olanda ad introdurre nelle vignette i balloon al posto delle didascalie. Il nome e le caratteristiche di Kick Wilstra derivavano da tre dei più famosi calciatori olandesi dell’epoca: Kick Smit, Faas Wilkes e Abe Lenstra. Dal primo aveva ereditato la qualità morali e l’intelligenza tattica, dal secondo il magico dribbling e la propensione alle avventure all’estero (specie in Italia), dal terzo invece le origini (la provincia della Frisia), il look e la straordinaria capacità realizzativa. In un’Olanda alle prese con i problemi della ricostruzione postbellica, Wilstra ha rappresentato per molti giovani il simbolo di chi non era abituato ad arrendersi, tanto che il suo motto “sempre avanti” è diventato lo slogan di un’intera generazione.

Musical.
Sul finire degli anni Novanta, poco meno di cinque anni dopo la morte di Lenstra, presso lo stadio dell’Heerenveen che porta il suo nome (così come la via che conduce all’impianto), viene rappresentata la piece teatrale “Abe”, uno spettacolo musicale che narra di una partita disputata il 7 maggio 1950 al J.H. Kruisstraat di Heerenveen tra i padroni di casa e l’Ajax. La squadra di Amsterdam, già sette titoli nazionali in bacheca, sbarcava in Frisia da grande favorita. Il primo tempo si conclude 5-1 per gli ajacidi; apre Stoffelen, raddoppia Drager, accorcia Lenstra, quindi segna Bruins e arrotonda Rinus Michels, il bomber di quell’Ajax, con una doppietta. Nella ripresa però sale in cattedra Lenstra ch, prima realizza il 2-5, quindi offre al compagno Brandma gli assist per il 3-5 e, dopo essersi procurato il rigore del momentaneo 4-5 (trasformato da Jonkman), per il pareggio. A cinque minuti dal termine il clamoroso sorpasso: Lenstra per Ploegh, Ploegh per Jonkman, Jonkman per Brandma, che indirizza una sventola dal lato destro dell’area trafiggendo senza scampo il portiere dell’Ajax Bep Lentvaar, al quale la sconfitta costerà la carriera in maglia biancorossa. Finisce 6-5 in un boato assordante.

Nazionale.
Con le sue 33 reti realizzate in nazionale Lenstra è, alla pari di Johan Cruijff, il quarto marcatore di sempre nella storia dei tulipani alle spalle di Patrick Kluivert (40), Dennis Bergkamp (37) e Faas Wilkes (35). A differenza però dei primi due giocatori citati, la sua carriera in maglia oranje è coincisa con il periodo più buio di sempre della nazionale, quando anche il Lussemburgo riusciva a tornare dai Paesi Bassi con il bottino pieno. Accadeva il 31 marzo 1940 al De Kuip di Rotterdam in un Olanda-Lussemburgo 4-5, che rappresentava anche l’esordio (con gol) di Lenstra tra le fila dei tulipani. Il suo miglior incontro però l’attaccante frisone lo disputa il 14 marzo 1956, quando a Dusserdolf una sua doppietta stende i campioni del mondo in carica della Germania Ovest. Lenstra giocherà la sua ultima partita in nazionale tre anni dopo, in un 2-2 tra Olanda e Belgio, timbrando l’ennesimo cartellino sottoporta e diventando, all’età di 38 anni e 5 mesi scarsi, il più vecchio goleador in maglia oranje nonché colui che ha avuto, in termini temporali, la carriera più lunga: ben diciannove anni. Tre mesi fa il portiere Sander Boschker gli ha invece tolto il primato di giocatore più vecchio di sempre ad aver giocato nell’Olanda. Nel 2002 un sondaggio lanciato dal mensile “Voetbal Magazine” ha visto Lenstra finire al terzo posto nella classifica dei migliori calciatori olandesi di tutti i tempi, alle spalle dei soli Cruijff e Van Basten. La gente non lo ha dimenticato.

Fonte Guerin Sportivo

Thursday, August 5, 2010

Neri di rabbia

L’utilizzo della nazionale di calcio quale strumento di propaganda di un regime è una storia vecchia quanto il pallone stesso. Dall’Italia di Mussolini nel mondiale del 1934 alla Germania di Hitler quattro anni più tardi, dalla DDR nel 1974 sul suolo “nemico” dei vicini dell’Ovest fino alla madre di tutte le farse calcistiche, la coppa del mondo 1978 nell’Argentina della Junta Militar. Anche la storia della prima compagine dell’Africa subsahariana presente alla fase finale di un mondiale, lo Zaire nel 1974, non può che partire da questa letale commistione tra sport e dittatura. In questo caso, dall’efferato Joseph-Désiré Mobutu, maresciallo-presidente dello Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, dal 1965 al 1997.

In quello sterminato crogiuolo di mondi e culture definito per comodità Africa, la prima nazionale ad affacciarsi sul palcoscenico mondiale fu l’Egitto nel 1934, seguito dal Marocco nel 1970; compagini entrambe appartenenti alla macro-regione del Nordafrica. Nel 1974 arriva invece il turno di una squadra proveniente da quella che una volta veniva definita, piuttosto impropriamente, Africa nera. La qualificazione dello Zaire è però tutt’altro che una sorpresa, dal momento che sin dalla fine degli anni Sessanta l’ex colonia belga si era imposta quale una delle potenze calcistiche del continente, vincendo due Coppe d’Africa (nel 1968, alla prima partecipazione in assoluto, e nel 1974) e dominando nelle competizioni continentali per club (tre Coppe Campioni africane vinte tra il ’67 e il ’73). Informazioni che nemmeno giunsero in Germania al momento dello sbarco dei giocatori, vittime designate di ironie e pregiudizi. Nulla comunque a confronto di ciò che sarebbe successo loro se fossero tornati in patria senza aver difeso “l’orgoglio e la dignità del paese”, come chiesto espressamente dal presidente Mobutu.

Una volta instauratosi al potere, grazie al sostanzioso contributo offerto dagli Stati Uniti, Mobutu aveva inaugurato una radicale politica di “africanizzazione” del paese. I cittadini furono obbligati ad adottare nomi africani, negli uffici pubblici vennero imposti abiti tradizionali, le città furono rinominate (Leopoldville, ad esempio, divenne Kinshasa). Lo stesso Mobutu cambiò il proprio nome in Mobutu Sese Seko Koko Ngbendu Wa Zabanga, ovvero “Mobutu il guerriero che va di vittoria in vittoria senza che alcuno possa fermarlo”. Ai giocatori della nazionale in partenza per l’Europa non chiese però vittorie, bensì dignità. Promise loro un auto e una casa. L’importante era non coprire di ridicolo il paese. Cioè lui. Il quale ovviamente, in pieno delirio di onnipotenza, era convinto di non aver bisogno di un allenatore per guidare la nazionale del suo paese. Purtroppo però c’erano dei regolamenti da rispettare.

I rapporti tra Mobutu e il ct dello Zaire, lo slavo Blagoje Vidinic, non erano mai stati facili. In Germania Ovest peggiorano ulteriormente, nonostante il debutto dei Leopardi, schierati con un aggressivo 4-2-4, si conclude con una onorevole sconfitta per 2-0 a Dortmund contro la Scozia. Ma per il guerriero abituato solo alla vittoria tutto ciò non è sufficiente. Immediata la decisione: niente stipendi e niente premi. Lo spogliatoio non ci sta, i giocatori si dichiarano pronti a scioperare. Nel 2004 alla BBC il terzino destro della squadra Mwepu Ilunga ricorda così la fine di un sogno. “Prima di partire per il mondiale, Mobutu per noi era come un padre. Credevamo alle sue parole. Al termine della partita d’esordio lasciammo lo stadio in BMW. Pensavamo tutti che saremmo tornati a casa milionari. Invece non vedemmo il becco di un quattrino. Io sono finito a vivere in miseria”.

Ore di trattative convincono i giocatori dello Zaire a scendere nel secondo match, in programma contro la Jugoslavia. Qualcosa però si è rotto. Dopo tredici minuti sono già sotto di 3 reti. Vidinic sostituisce immediatamente Muamba Kazadi, il portiere dei Leopardi, che lascia il campo in lacrime. Al suo posto Tubilandu, costretto in poco più di un’ora a raccogliere altri sei palloni in fondo al sacco. Jugoslavia-Zaire 9-0 eguaglia il primato della peggior sconfitta in un mondiale. La bufera vera e propria si scatena però quando Mobutu irrompe negli spogliatoi affiancato dalle sue guardie personali. Vidinic viene accusato di aver spifferato le tattiche della squadra ai suoi connazionali slavi. I giocatori vengono minacciati. Inequivocabile il messaggio: “Perdete 4-0, o peggio, contro il Brasile e nessuno di voi tornerà più a casa”.

Lo stato d’animo con il quale i Leopardi scendono in campo il 22 giugno a Gelsenkirchen per affrontare i campioni del mondo in carica del Brasile è facilmente immaginabile. Il divario abissale tra le due compagini promette una partita a senso unico. Come puntualmente si avvera, anche se il Brasile non spinge sull’acceleratore. Tre reti (a zero) e pratica chiusa. Eppure proprio questo incontro così privo di appeal è destinato a passare alla storia. Accade durante un calcio punizione fischiato al Brasile. Sono tre i giocatori verdeoro sulla palla. Prima del fischio dell’arbitro però dalla barriera dello Zaire si stacca Ilunga, che colpisce con forza il pallone e poi allarga le braccia con espressione innocente. “Cosa ho fatto di male?”, sembra chiedere con espressione innocente all’arbitro che gli sta sventolando davanti un cartellino giallo. Nel 2004 il suo exploit si classificherà al 17esimo posto nella classifica riguardante i “100 migliori momenti della coppa del mondo”, stilata dall’emittente inglese Channel 4.

Per anni il gesto di Ilunga è stato oggetto di scherno, in quanto percepito come il simbolo di un calcio africano considerato infantile e approssimativo, che si presentava ai mondiali con giocatori i quali nemmeno conoscevano il regolamento. Difficile però che l’allora 25enne Mwepu Ilunga, terzino del TP Englebert (oggi TP Mazembe), una delle squadre più forti dell’intero continente (nel 1967 centrò addirittura un treble di mourinhiana memoria vincendo campionato, coppa nazionale e Coppa Campioni), nonché successivamente inserito nella top-11 africana più forte di tutti i tempi, ignorasse le regole di base del calcio. Il suo fu un piccolo atto di ribellione. Contro chi derideva quei colored in maglia verde con righine gialle; contro i brasiliani che facevano accademia senza infierire, e nemmeno così i Leopardi riuscivano a combinare qualcosa di buono; ma soprattutto contro Mobutu, le sue promesse da marinaio, il clima intimidatorio che aveva creato all’interno della squadra, la frustrazione di vedere il sogno di una vita agiata sgretolarsi in pochi giorni sotto il peso della menzogna e della prevaricazione. Ilunga gridò il suo “basta!” in mondovisione.

Nel 1997 Mobutu è fuggito in Marocco trovando riparo nel presidio militare di Rabat, dove poco dopo è deceduto per un cancro alla prostata. Lasciava uno Zaire al collasso economico, in conflitto con i paesi vicini ed in guerra civile al proprio interno. Ogni tanto qualcuno si ricorda di Mwepu Ilunga. “Ero orgoglioso di rappresentare l’Africa nera ad un mondiale, e lo sono tuttora”. Nessun cenno invece al gesto che lo ha reso famoso in tutto il mondo. Non serve. Chi doveva (e voleva) capire, ha capito.

Fonte: Guerin Sportivo

Thursday, June 10, 2010

Segreti e bugie. La Corea del Nord ai Mondiali del ‘66

Sport e politica, un binomio indissolubile, ieri come oggi; un connubio presente in dosi rilevanti anche nella storia dei Mondiali, da Italia 34 a Francia 38 (l’unico torneo a squadre dispari perché in una fredda mattina di marzo l’Austria sparì, inglobata dall’Anschluss nazista), da Germania 74 (la sfida tra le due nazionali tedesche) ad Argentina 78 fino all’attuale caso-Iran, ma di esempi ce ne sarebbero tanti altri. Un legame che a volte presenta tratti persino grotteschi, come accadde in Inghilterra nel 1966.

Tra gli stati qualificati alla fase finale c’era infatti la Corea del Nord, che aveva beneficiato del contemporaneo ritiro di sedici nazionali africane e asiatiche (in segno di protesta contro la decisione della Fifa di creare un unico gruppo afro-asiatico-oceanico per la qualificazione ai mondiali) e si era guadagnata l’accesso battendo l’Australia (6-1 e 3-1) in un doppio incontro disputato sul neutro di Phnom Pehn, in Cambogia. Ma il governo britannico non intendeva assolutamente ospitare il suo proprio suolo gli uomini guidati da Myung Rye Hun, dal momento che la Repubblica Popolare Democratica di Corea non era mai stata ufficialmente riconosciuta dall’Inghilterra, la quale era stata alleata (assieme a Stati Uniti e Australia) con i coreani del sud durante la sanguinosa guerra di Corea terminata tredici anni prima senza la firma di alcun trattato di pace (tecnicamente quindi le due coree sono tutt’oggi in guerra). Nacque così una strategia di vero e proprio mobbing ante-litteram, orchestrata dal Ministero degli Esteri inglese con la gentile collaborazione della FA (la Federcalcio britannica), del DES (il Dipartimento dell’Educazione e della Scienza) e dell’ambasciata sudcoreana, un boicottaggio strisciante venuto alla luce solamente in tempi recenti in seguito alla caduta del divieto di accesso per alcuni documenti contenuti nell’archivio del Foreign Office britannico.

Il governo inglese scelse inizialmente la soluzione più drastica: ai coreani sarebbero stati negati i visti d’ingresso. Un’ipotesi che la FIFA bocciò sonoramente, minacciando il ministro dello sport inglese, il laburista Harold Wilson, di revocare all’Inghilterra l’organizzazione della coppa del mondo e trasferirla altrove. Il rapido dietro-front del governo si concluse con la ferma intenzione di “minimizzare la presenza visiva della Corea del Nord, in maniera tale da evitare qualsiasi atto che potesse essere scambiato per un’accettazione diplomatica del suo regime comunista”. Tutto ciò si tradusse con il mancato invito dei rappresentanti del piccolo stato asiatico al sorteggio del 6 gennaio a Londra (gli inviti, si disse, andarono persi), con l’ordine che la squadra venisse chiamata Corea del Nord e mai Repubblica Popolare Democratica di Corea, come invece riconosciuto dalla FIFA, e con il divieto di suonare gli inni nazionali all’inizio delle partite, ad eccezione di quella di inaugurazione e della finale, un incontro quest’ultimo che i coreani, si presumeva, non avrebbero mai raggiunto. Venne inoltre cancellato il francobollo ufficiale dei Mondiali che riproduceva la bandiera della Corea del Nord, mentre non fu possibile impedire la diffusione di tali bandiere negli stadi, dal momento che la FA le aveva già ordinate e pagate. La nazionale coreana infine fu spedita il più lontano possibile da Wembley, precisamente nella città industriale di Middlesborough, estremo nord dell’Inghilterra, e come campo di allenamento gli venne assegnato un modesto impianto sportivo con vista su un impianto petrolchimico.

Ignari delle trame del proprio governo, i tifosi inglesi simpatizzarono all’istante con quei giocatori fisicamente gracili e tecnicamente acerbi, la cui principale arma tattica era rappresentata dalla velocità. La Corea del Nord divenne la squadra-mascotte del torneo tanto che, dopo essere stata surclassata all’esordio dall’URSS (0-3), quando riuscì a strappare un pareggio al Cile (1-1, rete a due minuti dalla fine di Pak Sung Yin), a fine partita molti tifosi inglesi scesero sul campo abbracciando i giocatori, che vennero poi ricevuti dal sindaco di Middlesborough per una vigorosa stretta di mano. Poi arrivò l’Italia, e i coreani entrarono nella storia. La pagina più nera nella storia degli Azzurri è un racconto ormai noto: la strage di palle-gol dell’Italia nei primi minuti di gioco, l’infortunio di Bulgarelli, la rete dell’insegnante di ginnastica nonché calciatore professionista (e non dentista come fu erroneamente scritto) Pak Doo Ik al 41esimo del primo tempo, le parate di Ri Chan Myong e la definitiva eclissi nella ripresa degli uomini guidati dal duo Fabbri-Valcareggi.

Passaggio del turno per la Corea e sudori freddi per qualche membro altolocato del Foreign Office, specialmente quando dopo ventiquattro minuti del quarto di finale contro il Portogallo Pak Sung Yin, Li Dong Woon e Yang Sung Guk portarono la Corea sul 3-0. Poi l’inesperienza dei coreani e la classe, immensa, di Eusebio ebbero la meglio; un poker del fuoriclasse lusitano e una rete di Augusto posero fine alla favola della squadra asiatica. I portoghesi vinsero 5-3 e sui coreani calò un sipario colmo di bugie. Si disse che al ritorno in patria finirono in un gulag per punizione contro una notte brava in terra inglese all’insegna dell’alcol e delle donne, si disse che furono costretti a cibarsi di insetti e che morirono tutti di fame e stenti. Falsità colossali, favorite da un regime dittatoriale chiuso in un isolamento politico ed economico pressoché totale e dal quale, in termini di notizie, usciva poco o nulla. In realtà i giocatori furono trattati come degli eroi una volta rientrati a casa, sette di loro sono ancora in vita e il famoso Pak Doo Ik è diventato anche allenatore della nazionale nordcoreana.

Nel 2002 due giornalisti inglesi hanno fatto un documentario su di loro, riuscendo anche a riportarli per qualche giorno in Inghilterra nei luoghi dove fecero l’impresa. “Tornammo in patria da vincitori”, ricorda Pak Doo Ik, “e ci coprirono di medaglie. Qualcuno di noi ottenne anche delle posizioni di responsabilità, e ancora oggi siamo ricordati come gli eroi del ’66. Sapevamo che gli inglesi avevano combattuto contro di noi nella guerra di Corea, e non ci aspettavamo un’accoglienza così calorosa da parte della gente. Avevano le nostre bandiere, ci applaudivano in continuazione; sono convinto che parte del merito del nostro grande mondiale vada assegnato al comportamento della gente di Middlesborough”. A volte lo sport riesce a vincere sulla politica.

(ha collaborato Christian Giordano)

Fonte: Guerin Sportivo

Wednesday, June 9, 2010

Kiwi Mondiali. L’avventura della Rufer generation a Spagna 82

Pelè, Johan Cruijff, George Weah, Hugo Sanchez, Bum-Kun Cha e Wynton Rufer. Una ragione per accomunare questi giocatori l’ha trovata l’International Federation of Football History and Statistics (IFHSS), l’istituto che si occupa di statistica e storia del calcio. In concomitanza con l’avvento del nuovo millennio, l’IFHSS aveva coinvolto numerosi addetti ai lavori di tutto il mondo chiedendo loro di votare il miglior giocatore del XX secolo di ciascuno dei sei continenti. E’ stato in questo modo che il neozelandese Wynton Rufer, nato a Wellington il 29 dicembre del 1962, si è trovato a dividere la ribalta con alcuni dei più grandi fuoriclasse di sempre. Non poteva pertanto essere che lui la stella della Nuova Zelanda che, nel 1982, si apprestava a debuttare nella fase finale di un Mondiale. Era infatti chiamata la Rufer generation la selezione degli All Whites (questo il soprannome della nazionale di calcio neozelandese, in contrapposizione agli All Blacks del rugby) che nel 1981 riuscì a centrare una storica quanto inaspettata qualificazione ai Mondiali di Spagna. Undici giocatori entrati nella storia del calcio dell’Oceania: Van Hattum, Dodds, Herbert, Malcolmson, Almond, Sumner, McKay, Creswell, Boath, Woodin e appunto Rufer, l’autore della rete decisiva nello spareggio contro la Cina (2-1 per la Nuova Zelanda), l’elemento di maggior classe della squadra nonché il primo giocatore neozelandese ad aver tentato la via del professionismo emigrando in Europa, e tutto questo a soli 19 anni di età e con alle spalle già un discreto numero di presenze con la nazionale maggiore (il suo esordio datava 16 ottobre 1980, avversario il Kuwait).

I neozelandesi avevano staccato il biglietto per la Spagna dopo un’autentica odissea a cavallo tra due continenti. 55mila erano state le miglia percorse dalla squadra, dall’Arabia Saudita alla Cina, dal Kuwait alle Isole Figi, per disputare 15 partite, segnare 44 reti, stabilire il proprio primato storico relativamente alla vittoria più rotonda in un match ufficiale (13-0 alle Figi) e mantenere la propria porta imbattuta per ben 921 minuti. Nessuna sorpresa pertanto che uno sport scarsamente considerato e spesso relegato sul fondo delle pagine dei quotidiani, era diventato in Nuova Zelanda, almeno per l’anno 1982, LO sport nazionale. Da zero a mito in una manciata di mesi; questo il destino di molti degli All Whites. Nella terra dei Kiwi tutti ricordavano il colpo di testa di Grant Turner che estromise i rivali di sempre dell’Australia dalle qualificazioni, o il pareggio all’ultimo minuto di Ricki Herbert a Wellington contro l’Arabia Saudita, o ancora la magia di Wynton Rufer a Singapore nello spareggio contro la Cina. Al Mondiale la Nuova Zelanda si trova di fronte Brasile, Unione Sovietica e Scozia. Una sfida improba per una squadra già all’epoca molto vintage, calcisticamente legata alla più classica tradizione britannica, ovvero quel kick’n run molto fisico fatto di corsa, lanci lunghi e palloni spioventi per la torre. Il risultato sono tre sconfitte, con due gol fatti (Steve Sumner e Steve Wooddin, a segno nel 2-5 contro la Scozia) e dodici subiti. Gli All Whites però il loro mondiale lo avevano vinto ancora prima di sbarcare in Spagna.

Ventotto anni dopo è arrivato il momento di ripetere l’avventura. Lo spareggio questa volta è stato vinto contro il Bahrein, il gioco è rimasto molto british old style, ma la rosa neozelandese è priva del nuovo Wynton Rufer. Il quale dopo il Mondiale è tornato in Europa per giocare prima in Svizzera (con Zurigo, Aarau e Grasshopper) e poi in Germania, dove con il Werder Brema ha vissuto i momenti migliori della sua carriera vincendo un titolo nazionale, due Coppe di Germania e una Coppa delle Coppe (2-0 in finale al Monaco di Gorge Weah e Rui Barros, allenatore Arsene Wenger), e totalizzando un bottino di 55 reti in 160 incontri. Una promozione in Bundesliga con il Kaiserslautern guidato da Otto Rehhagel rappresenta il congedo di Rufer dall’Europa. Oggi è titolare della Wynton Rufer Soccer School of Excellence, conosciuta anche come Wynrs, una moderna accademia calcistica pronta a sfornare i talenti di domani. “Per far crescere calcisticamente il nostro paese”, ha dichiarato Rufer, “bisogna concentrarsi sui ragazzi di età compresa tra i cinque e i dodici anni. Il futuro non lo si improvvisa, ma va costruito dalle fondamenta”. In attesa di una nuova Rufer generation.

Fonte: Calcio 2000

Tuesday, June 8, 2010

Il danese volante

Irlanda-Danimarca programmata il 13 novembre 1985 può sancire la matematica qualificazione degli scandinavi a Messico ’86. Logico pertanto che debba essere affrontata con la miglior formazione possibile, che all’epoca, in casa danese, non poteva non includere la classe di Søren Lerby. Anche Bayern Monaco-Bochum, terzo turno di Coppa di Germania programmato nel medesimo giorno, è una partita importante nella stagione dei bavaresi. Ed è quindi altrettanto logico che il club contemporaneamente più amato e odiato di tutta la Germania debba scendere in campo schierando il proprio undici più forte, dal quale non poteva certo mancare la classe di Søren Lerby. Cuore o ragione/portafoglio? Un dilemma che si è posto a centinaia di calciatori sprovvisti del dono dell’ubiquità. Lerby ha scelto di…non scegliere. O meglio, è sceso in campo 58 minuti al Lansdowne Road di Dublino, è rientrato negli spogliatoi con la squadra in vantaggio 3-1, quindi rapida doccia, poi di corsa su un jet privato con destinazione Monaco di Baviera, fulmineo ingresso all’Olympiastadion ed eccolo in campo all’inizio della ripresa. 1-1 il risultato finale, bisogna rigiocare. E Lerby: “ho le gambe un po’ stanche, a Dublino il terreno era pesante”. Il Bayern vincerà partita e coppa. La Danimarca volerà in Messico dove batterà in successione Scozia, Uruguay e Germania Ovest, prima di arenarsi agli ottavi di finale contro la Spagna. Fine della favola vichinga, ma rimane l’impresa di Søren Lerby. L’unico giocatore ad aver disputato un incontro di coppa del mondo e uno con la propria squadra di club nello stesso giorno in due paesi differenti.

Senza scarpe non si gioca. Il Mondiale dell’India

Mentre i colpi sparati in sincrono da ventuno fucili salutavano l’ingresso in campo del Brasile, paese organizzatore del Mondiale 1950, per la partita inaugurale contro il Messico, l’India annunciava il proprio ritiro dalla manifestazione. Il motivo? La mancata concessione del permesso di poter disputare gli incontri scalzi. Come avevano del resto fatto due anni prima alle Olimpiadi di Londra, perdendo onorevolmente 2-1 a Wembley contro la Francia. Ma la Fifa non era il Comitato Olimpico. Così, dopo essersi qualificati al mondiale senza disputare un singolo incontro (Burma, Indonesia e le Filippine si erano tutte ritirate) ed aver effettuato la preparazione in una turnè tra Singapore, Sri Lanka, Malesia, i giocatori indiani incassano a malincuore la notizia del ritiro. Nel 2002, dalle pagine della rivista The Hindu Sportstar, l’allora centrocampista di quella squadra, T Shanmugham, ricorda: “Lo venimmo a sapere tardi e fu una delusione enorme. Eravamo tutti eccitati all’idea di andare in Brasile. Ci sentivamo anche pronti per fare la nostra dignitosa figura. Giocavamo con cinque attaccanti e avevamo un ottimo elemento in difesa, il nostro capitano Sailen Manna. Però non conoscevamo le regole. E forse questo è sempre stato il più grosso problema del calcio in India”. Dopo le Olimpiadi di Helsinki del 1952, la Federcalcio indiana ha autorizzato l’introduzione delle scarpe. Troppo tardi. L’India ai mondiali non ci è più arrivata.

Fonte: Calcio 2000

Monday, June 7, 2010

Ti piace perdere facile? – Il peggio della coppa del mondo

Nel 2002 la FIFA decide di organizzare un incontro tra le due peggiori nazionali del mondo, Bhutan e Montserrat. Una sfida tra i fanalini di coda (posizione numero 203 e 204) del ranking FIFA, ribattezzata romanticamente The Other Final, e disputata in concomitanza con la finale del mondiale nippo-coreano tra Brasile e Germania. Si gioca a Thimphu e il Bhutan, guidato dall’olandese giramondo Arie Schans, si impone 4-0. Montserrat è ufficialmente il peggio del peggio delle nazionali. Quattro anni prima il non propriamente esaltante titolo era stato assegnato dal giornalista del Daily Telegraph Clive White alle Isole Maldive. Il motivo è facilmente intuibile già dalle premesse fatte da White. “I giocatori della nazionale delle Maldive risultano in media quindici centimetri più bassi rispetto agli avversari; molti di loro hanno imparato a giocare a calcio con una noce di cocco; trovare un campo da gioco degno di questo nome in questo arcipelago di isole il cui 99.6% del territorio è classificato come acqua, non è l’impresa più facile di questo mondo”. L’esordio fa registrare un punteggio di 0-17 contro l’Iran. I giocatori vogliono abbandonare la competizione, il loro tecnico, il boliviano Romulo Cortez, li dissuade. Le Maldive chiuderanno con zero punti in sei partite disputate, zero gol fatti e 59 subiti. Un primato, quest’ultimo, tutt’ora imbattuto. E’ invece stato superato dalle Samoa Americane quello del maggior numero di reti subite in una singola partita di qualificazione mondiale. L’11 aprile 2001 a Coffs Harbour Australia-Samoa Americane finisce 31-0. Tutti i palloni vengono raccolti dalla rete dallo stesso portiere, Nicky Salapu, che merita la citazione solo per il fatto essere rimasto in campo fino alla fine. Mattatore dell’incontro è l’attaccante Archie Thompson, autore di ben 13 reti (record mondiale). Guus Hiddink lo porterà in Olanda per giocare con il Psv Eindhoven, ma sarà un flop. Due presenze per un totale di sette minuti giocati, prima di tornare in Australia e cercarsi un altro Nicky Salapu.

Fonte: Calcio 2000

Sunday, June 6, 2010

Un Mondiale di novanta minuti. L’avventura delle Indie Orientali Olandesi

Tan Mo Heng, Frans Hu Kom, Jack Samuels, Achmad Nawir, Frans Meeng, Anwar Sutan, Tan Hong Dijen, Suarte Soedarmadji, Hendrikus Zomers, Isaac Pattiwael, Hans Taihuttu. Ovvero l’unica squadra il cui Mondiale è durato solamente novanta minuti. Accade nel 1938 in Francia, allo Stade Velodrome Municipal di Reims, dove le Indie Orientali Olandesi scendono in campo contro l’Ungheria, subiscono sei reti (a zero), salutano e tornano a casa. Potenza di un torneo organizzato in sole partite ad eliminazione diretta. La loro battaglia gli asiatici l’avevano comunque vinta. Contro la FIFA, che aveva cercato in ogni modo di estrometterli dalla competizione per non inficiare “il livello delle squadre presenti alla coppa del mondo”. In Francia le Indie Orientali Olandesi (oggi Indonesia) ci erano arrivate dalle eliminatorie del gruppo asiatico, che in realtà era ridotto ad un play-off tra loro e il favoritissimo Giappone. L’inizio della seconda guerra sino-nipponica aveva però costretto la nazionale del Sol Levante a dare forfait, sgombrando il campo alle Indie Orientali Olandesi. La FIFA tentò di ostacolare la loro partecipazione imponendo uno spareggio con gli Stati Uniti ma, di fronte al rifiuto di questi ultimi, fu costretta ad alzare bandiera bianca. In Francia sbarca una rosa composta per buona da studenti, con nove giocatori alla loro prima presenza in nazionale. Il capitano portava gli occhiali, i difensori in un paio di occasioni si scontrarono tra loro. Una partita e poi tutti a casa.

Fonte: Calcio 2000

Saturday, June 5, 2010

Calcio totale e sfortuna mondiale. Olanda contro Belgio, anno 1973.

Nessuna grande rivoluzione è avvenuta senza un briciolo, seppur minimo, di casualità. Quante volte, sentendo parlare di eventi, storie, miti e leggende, abbiamo udito la domanda “cosa sarebbe successo se…?”. Giocando a Sliding Doors con la storia dei Mondiali si potrebbero riempire centinaia di pagine. L’Olanda del Generale Michels finalista in Germania Ovest nel 1974, ad esempio. Jongbloed Suurbier Rijsbergen Haan Krol Jansen Neeskens Van Hanegem Rep Cruijff Rensenbrink. Un undici a leggere tutta d’un fiato, come fosse un’unica entità. Il 1974 segna la definitiva consacrazione del calcio totale, che vince anche se riesce a sollevare la coppa del mondo perché stecca all’ultimo atto. Ma per chi guarda la luna, e non il dito che la indica, poco importa. Il 1974 consacra il Mito. Alla cui genesi aveva contribuito, pur se in minima parte e in modo assolutamente inconsapevole, un arbitro russo di nome Khazakov, che il 18 novembre del 1973 all’Olympisch Stadion di Amsterdam aveva annullato, su segnalazione del proprio assistente di gara, un gol regolare del belga Jan Verheyen. Era l’ultima partita del girone di qualificazione per i Mondiali del 1974. Se il Belgio avesse battuto l’Olanda, avrebbe staccato il biglietto per la Germania Ovest lasciando a casa proprio i tulipani. Questa è la storia di due destini calcistici racchiusi in una bandierina alzata.

Il cecoslovacco Frantisek Fadrhonc era un tecnico poco amato dalla Federcalcio olandese ma molto dai giocatori, i quali non esitarono a dimostrare sul campo la propria stima nei confronti dell’allenatore salvandogli la panchina all’indomani della mancata qualificazione agli Europei del 1972. Era prevista un’amichevole contro la Grecia, per quello che si vociferava essere con tutta probabilità l’ultimo atto di Fadrhonc sulla panchina oranje. “Oggi giochiamo per Fadrhonc” è il messaggio lanciato da Cruijff ai propri compagni nello spogliatoio prima dell’inizio del match. Detto e fatto, l’Olanda in campo strapazza 5-0 la Grecia cogliendo, all’epoca, la terza vittoria più rotonda della sua storia dopo il 7-2 rifilato al Belgio nel 1958 ed il 6-1 alla Francia nel 1936. Panchina dunque salva, e Olanda che comincia a carburare. Il gruppo 3 della zona Europa per la qualificazione ai mondiali si presenta piuttosto morbido, con il solo Belgio avversario che può incutere qualche timore, mentre Norvegia e Islanda sono semplici pratiche da archiviare alla svelta. Missione che l’Olanda compie senza problemi (i norvegesi vengono demoliti 9-0), arrivando alla fatidica sera del 18 novembre 1973 con una migliore differenza reti rispetto ai Diavoli Rossi. I punti in classifica però erano i medesimi.

Il tecnico belga Raymond Goethals non era certo uno sprovveduto. Ben conscio dell’inferiorità tecnica dei propri uomini (tra i quali spiccava un Paul Van Himst, il miglior calciatore belga di sempre, ormai a fine carriera) rispetto agli olandesi, la sua filosofia di gioco era riassumibile in una frase: “Chi non concede gol non perde le partite”. E così faceva il suo Belgio, squadra tosta e rognosa, molto fisica. La filosofia del “primo non prenderle” pagava. Doppio 4-0 all’Islanda, doppio 2-0 alla Norvegia, 0-0 ad Anversa contro l’Olanda, fermata dalle barricate erette dai Diavoli Rossi e sostenute da 54.923 spettatori urlanti. Ed ecco il 18 novembre. Il biglietto da visita del Belgio sono 12 gol fatti e zero subiti. Un muro. Ma questa volta non basta. Di fronte ai 60.000 che affollano l’Olympisch Stadion bisogna vincere, perché gi tulipani hanno segnato più reti negli incontri precedenti, e pertanto possono accontentarsi del pari. E’ una partita maschia, con poco calcio. Belgio tatticamente perfetto, Olanda povera di ispirazione. Poi il lampo di Verheyen. La panchina belga esplode, ma c’è una bandierina alzata a raffreddare tutti gli entusiasmi. Il russo Khazakov sta indicando il cerchio di centrocampo. La rete è annullata. Olanda ai mondiali, per la prima volta dal 1938, e Belgio a casa.

Nel dopo partita Fadrhonc benedice la dea bendata che lo ha assistito. Gli servirà a poco, perché per guidare la squadra in Germania Ovest la Federcalcio olandese sceglierà di affidarsi al miglior allenatore disponibile sulla piazza in quel momento: Rinus Michels. Goethals invece mastica amaro. Zero sconfitte e zero reti subite non erano stati sufficienti per accedere alla fase finale della coppa del mondo. Un primato ineguagliato e, probabilmente, ineguagliabile. Il suo Belgio è la miglior squadra eliminata nella storia delle qualificazioni ai mondiali.

Fonte: Calcio 2000

Friday, May 14, 2010

Tulipani tricolori: le curiosità

Viaggio attraverso cento anni di calciatori olandesi in Italia. Il meglio, il peggio e le storie curiose (3).

Andries Roosenburg. Calciatore stagionale, nel senso che sbocciava in primavera dopo un letargo lungo tutto l’inverno. La Fiorentina lo acquista nel 1950, lui scopre il cibo italiano e si presenta in campo con una silhouette non propriamente atletica. La cura dimagrante sortisce gli effetti desiderati da marzo in poi: 7 gol la prima stagione, 10 la seconda. Poi si ripresenta nuovamente appesantito. La Viola, stufa di avere un attaccante part-time, lo rispedisce a casa.

Johan Cruijff. Anche il miglior calciatore olandese di sempre ha giocato in Italia. Una sola partita, con la maglia del Milan (avversario il Feyenoord), nel corso del Mundialito per club 1981, torneo fortemente voluto da Silvio Berlusconi. In condizioni fisiche impresentabili, il Maestro viene sostituito dopo un tempo. La Gazzetta dello Sport gli affibbia un 4. Per molti commentatori è un giocatore finito. Cruijff tornerà in patria e vincerà ancora titoli nazionali con Ajax e Feyenoord.

Mario Been. Romeo Anconetani stravedeva per lui. Lo fece accogliere a Pisa da idolo, gli pagò un tour nei negozi di abbigliamento più costosi, e in Olanda c’è chi giura che gli avrebbe raddoppiato lo stipendio pur di tenerlo in Toscana. Ricevette in cambio un fantastico gol da cinquanta metri contro il Messina, uno stoico 0-0 strappato a San Siro contro il Milan, e una retrocessione in Serie B. Perché purtroppo Been era il tipico giocatore da “potrei ma non voglio”.

Marciano Vink. Ad un certo punto prese palla, saltò avversari in rapida serie e trafisse Pagliuca. “Sembrava Alberto Tomba”, commentò il portiere doriano. In quel fantastico slalom di cinquanta metri nel derby della Lanterna, stagione 93/94, è racchiusa tutta l’esperienza italiana di Vink. Una sola stagione, mediocre, con una punta di sublime. Poi è diventato giocatore di poker professionista. Ma tra le carte e il pallone, a suo figlio consiglierà sempre il primo.

Harvey Esajas. Storia da libro Cuore, la sua. Nel 2002 aveva appeso le scarpe al chiodo e sbarcava il lunario con i lavori più disparati (barista, lavapiatti, commesso). L’amico Clarence Seedorf decide di dargli una mano, procurandogli un ingaggio nel Milan. Nel luglio 2004 arriva in Italia. Pesa 99 chili. Lavora sodo, debutta in Coppa Italia, è in panchina nella finale di Champions ad Istanbul. Chiude in C nel Lecco, visibilmente soprappeso. Ma felice.

Sander Westerveld. Un ex nazionale in Lega Pro. Merito del nuovo corso del Monza inaugurato da Clarence Seedorf, che oltre ad aver portato in Brianza un paio di parenti (il cugino Stefano ed il fratello Chedric), ha convinto anche questo portiere che nel 2001 ha vinto cinque trofei con il Liverpool, tra cui la Coppa Uefa. Un lusso per la C, nonostante qualche amnesia. “Il centro di allenamento di Monzello è da squadra di Champions League”, assicura. Al Brianteo però si sono accontetati di aver evitato i play-out.


(Westerveld con Stefano - a sinistra - e Cedric Seedorf - al centro)

Fonte: Calcio 2000

Thursday, May 13, 2010

Tulipani tricolori: i flop

Viaggio attraverso cento anni di calciatori olandesi in Italia. Il meglio, il peggio e le storie curiose (2)

Winston Bogarde. Chi di Olanda ferisce, di Olanda perisce. Dopo i fasti di Van Basten & co., la nuova ondata oranje del Milan si rivela un disastro. Davids, Reiziger, Kluivert e Bogarde. Quest’ultimo dura lo spazio di tre partite; giusto in tempo di mandare in rete l’attaccante dell’Udinese Oliver Bierhoff con uno sciagurato retropassaggio. Non si risolleverà più, a differenza dei citati connazionali. Bidone in Italia, Spagna e Inghilterra. Un vero mito alla rovescia.

Ronald Hoop. Nel 1996 sbarca a Palermo il “Van Basten nero”, almeno così dice un articolo dell’epoca. La realtà è ben diversa; 447 minuti giocati, una rete al Venezia, rosanero in B a fine stagione. Presidente era Giuseppe Ferrara, il cui braccino corto fece nascere numerose leggende metropolitane, tra cui quella che voleva Hoop venditore di perline alla spiaggia di Mondello per integrare la scarna busta paga.

Leonard van Utrecht. Misteri e ignoranza del calcio italiano. Cosa può spingere un club di Serie A ad acquistare un attaccante che in quattro stagioni di B olandese non era mai finito in doppia cifra, rimane un rebus pressoché irrisolvibile. Eppure il Padova anno 95/96 punta su di lui per centrare la salvezza. Che non arriverà, come non arriveranno i suoi gol (2 in totale, uno in A e uno l’anno successivo in B). Tornato in Olanda, ha continuato a non segnare.

Milan Berck Beelenkamp. Tre flop al prezzo di uno. Un blitz di Claudio Onofri nell’aprile 1998 porta a Genova i giovani Van Dessel, Van Kallen e Beelenkamp. Quest’ultimo è il Beckham olandese, ma solo per l’aspetto fisico. Per il resto è un difensore tecnicamente modestissimo, rimandato a casa dopo 14 presenze. Van Dessel invece, ricorda Onofri, “è diventato capitano del Roda ed ha stretto la mano a Paolo Maldini in Europa”. Quando si dice le soddisfazioni della vita.

Harald Wapenaar. Diceva che aveva scelto l’Udinese, ed il tranquillo Friuli, per sfuggire al caos di Rotterdam. Diceva di essersi innamorato della sabbia di Lignano. Diceva che la cucina italiana gliela aveva prescritta il medico. Di calcio parlava poco, eppure portava fortuna: due presenze in Serie A, Udinese-Juventus 4-3 e Udinese-Parma 2-1. Ma la tecnica e lo stile alquanto rivedibile di questo portiere non gli valsero la riconferma nemmeno come vice-Turci.

Fonte: Calcio 2000