Impossibile non innamorarsene, calcisticamente. Specialmente per chi ama un certo tipo di giocatore: tecnico, rapido, la giocata quale elemento integrante del proprio repertorio, ma senza finalità onanistiche. Più Bergkamp che Denilson, tanto per intenderci. Rispetto al primo però un piglio più deciso, un’attitudine più sfrontata: testa alta, lingua veloce come le gambe. Marko Arnautovic e il Twente, dodici mesi fa, la nascita di una stella. Quel suo caracollare sull’out di destra, moderna ballerina con le scarpe bullonate, gli avversari saltati come birilli, la rete gonfiata dodici volte in Eredivisie al primo anno da titolare. Una stagione da tutto-e-subito per il talento austriaco di origini serbe, sospeso tra la trappola di un’etichetta appiccicatagli ai tempi delle giovanili, “il nuovo Ibrahimovic”, e il desiderio di una grande squadra in un grande campionato.
Chelsea, Inter; è un’estate di sussurri e grida. Le sue risuonano nell’ufficio del presidente dei Tukkers, Joop Munstermann. Lasciami andare. Un piede rotto ha però trasformato un trasferimento milionario in un prestito ordinario. Destinazione Milano. Arnautovic non ha paura del calcio italiano, deve essere quest’ultimo ad aver paura di lui. La sua filosofia è tutta qui. Ribadita in un’intervista al quotidiano viennese Die Presse. “E’ normale che in un grande club si guadagnino tanti soldi, perché lì ci possono giocare solamente i migliori. Eto’o? Milito? La concorrenza mi ha sempre stimolato. Se ne è andato Ibrahimovic? Io voglio fare meglio di lui. Anzi, meglio di tutti”. Inutile cercare queste dichiarazioni sul sito dell’Inter. Non ci sono, perché non è il caso di metterle.
La dura realtà odierna parla di amichevoli contro Lugano, Vaduz e Piacenza, più il derby Primavera contro il Milan. Fuori dalla lista di Champions League, zero presenze in campionato, idem in Coppa Italia, torneo ormai riservato a riserve, scarti e zavorre. La prospettiva è una partenza a gennaio, per dove ancora non si sa. Sicuramente non al Twente, che si è già premurato di dichiarare che i prestiti annuali (Arnautovic e Denneboom) non rientreranno prima di giugno.
Impossibile non innamorarsene. L’amore però non è eterno, soprattutto se sepolto sotto un cumulo di parole non supportate dai fatti. A Josè Mourinho non piace. Dal momento che capisce il calcio come pochi, non possiamo che fidarci. Sentire invece chiamarlo bidone da chi crede di saperla sempre più lunga degli altri, e solitamente non sa nemmeno di cosa parla, ci provoca un ritorno di fiamma. Che però è sempre più arduo tenere accesa.
Friday, December 18, 2009
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